Negli
ultimi
anni,
sia per
le
modificazioni
demografiche
della
popolazione
sia per
i
notevoli
progressi
compiuti
nel
campo
dell’assistenza
anestesiologica,
un
crescente
numero
di
pazienti
sottoposti
ad
interventi
chirurgici
è
rappresentato
da
soggetti
anziani
(età
> 60
anni).
Tuttavia,
dopo
l’anestesia
generale,
alcuni
di loro
presentano
spesso
uno
stato di
deficit,
a breve
o lungo
termine,
delle
funzioni
cognitive
esibendo
tra
l’altro
sintomi
(quali
ad
esempio
perdita
di
memoria,
difficoltà
di
concentrazione,
ecc.)
del
tutto
simili
alle
disfunzioni
cognitive
evidenziate
in
pazienti
con
Malattia
di
Alzheimer
(MA).
Definite
come
disfunzioni
cognitive
postoperatorie
(POCD),
tali
alterazioni
risultano
transitorie
e
reversibili
nell’arco
di 1
settimana
– 3 mesi
nel
20-30%
dei casi
e
rappresentano
un
importante
problema
sanitario,
sia per
l’impatto
che
hanno
sui
costi di
ospedalizzazione
(un
recupero
più
lento
dopo
l’intervento
corrisponde
ad un
maggior
numero
di
giorni
di
degenza)
e di
assistenza
domiciliare,
sia per
l’aumento
della
morbilità
e la
conseguente
riduzione
della
qualità
di vita
del
paziente
[1].
Recenti
studi
hanno
evidenziato
come
diversi
farmaci
anestetici
agiscano
sul
processo
metabolico
della
beta-amiloide
(Aβ) sia
direttamente,
attraverso
la sua
sintesi
e
oligomerizzazione,
sia
indirettamente
tramite
un’interazione
del
sistema
colinergico
con la
produzione
di
beta-amiloide
[2]. La
somministrazione
di
alcuni
farmaci,
specie
in
soggetti
anziani,
potrebbe
avere un
ruolo
nella
patogenesi
di
disfunzioni
cognitive
post-operatorie
e/o
aumentare
il
rischio
di
sviluppare
problemi
di
memoria
e di
attenzione,
o
comunque
accelerare
o
slatentizzare
una
demenza
subclinica.
La
beta-amiloide,
infatti,
è
naturalmente
presente
nel
cervello
degli
anziani
per un
processo
di
degenerazione
legato
all’età.
L’interazione
con i
farmaci
utilizzati
durante
l’anestesia
può,
quindi,
aumentare
il
rischio
di
sviluppare
deficit
cognitivi:
basti
pensare
che un
incontrollato
deposito
di
placche
formate
dalla
Aβ
sta alla
base del
danno
anatomo-patologico
della
Malattia
di
Alzheimer
ed è
responsabile
della
degenerazione
cerebrale
che la
caratterizza.
Comprendere
a pieno
i
meccanismi
d’interazione
tra i
farmaci
anestetici,
la
beta-amiliode
e il
sistema
colinergico
assume,
quindi,
un ruolo
importante
al fine
di
evitare
eventi
indesiderati
fornendo
inoltre
la
possibilità
agli
anestesisti
di
migliorare
le
prestazioni
dell’anestesia,
la
sicurezza
e l’outcome
del
paziente.
Obiettivo
di
questa
tesi
è la
caratterizzazione
delle
interazioni
dei
farmaci
dell'anestesia
con la
beta-amiloide,
l’identificazione
degli
anestetici
a
rischio,
l’analisi
di nuovi
protocolli
di
anestesia,
la loro
valutazione
sull’outcome
cognitivo
post-operatorio
(immediato
e a
distanza),
l’elaborazione
di
processi
assistenziali
atti a
ridurre
eventuali
rischi.
La
definitiva
conoscenza
dei
meccanismi
fisiopatologici
delle
disfunzioni
cognitive,
inoltre,
contribuirebbe
sul
piano
clinico
ad una
futura
riduzione
dei
danni
cellulari
e
cognitivi
associati
agli
interventi
chirurgici
permettendo
anche
di
intervenire
con
farmaci
comunemente
utilizzati
per la
terapia
dell’Alzheimer.
Le
disfunzioni
cognitive
postoperatorie
(POCD)
sono
definite
come il
peggioramento
dei
processi
mentali
di
percezione,
memoria
ed
elaborazione
delle
informazioni
che
consentono
al
singolo
individuo
di
acquisire
conoscenze,
risolvere
problemi
e
programmare
il
futuro
[1]. Le
POCD
rappresentano
oggi una
frequente
complicazione
nei
pazienti
sottoposti
ad
interventi
chirurgici.
Infatti,
nonostante
i
numerosi
progressi
nel
campo
della
chirurgia
e
dell’anestesia
– che
hanno
permesso
di
ridurre
sensibilmente
i tassi
di
mortalità
e
morbilità
associati
a questo
tipo di
procedure
–
l’incidenza
di tali
disfunzioni
cognitive
rimane
relativamente
alta,
rappresentando
un
importante
problema
sanitario
[3].
Come
accennato
precedentemente,
un
peggioramento
cognitivo
nel
periodo
postoperatorio
può
aumentare
i costi
di
ospedalizzazione
ed
assistenza
domiciliare
[4], può
aumentare
la
morbilità
del
paziente
con
conseguente
stress
per i
membri
della
famiglia
[5], può
ridurre
la
qualità
di vita
del
paziente
[5], e
compromettere
anche il
risultato
dell’
intervento
stesso
[6]. Il
delirio
postoperatorio
sembra,
inoltre,
essere
associato
ad un
maggiore
tasso di
mortalità.
Il
13%
dei
pazienti
che
sviluppano
delirio
dopo
l’intervento
muore
durante
il
periodo
di
degenza
[7].
Valore
che
aumenta
considerevolmente
una
volta
usciti
dall’ospedale:
il
72.4%
dei
pazienti
con
delirio
postoperatorio
muore
entro
5 anni
dall’interevento
a fronte
del
34.7%
dei
pazienti
senza
POCD.
Negli
ultimi
anni
particolare
attenzione
è stata
rivolta
all’analisi
delle
POCD con
la
speranza
d’individuare
le
eventuali
cause
all’origine
di tali
complicanze.
Ben
oltre 50
possibili
cause e
differenti
fattori
di
rischio
sono
stati
suggeriti
[8],
arrivando
alla
conclusione
che non
è
possibile
individuare
una
causa
specifica
o un
particolare
fattore
di
rischio
verso
cui
orientare
eventuali
misure
preventive
o
terapeutiche:
i
meccanismi
patogenetici
delle
POCD
rimangono
quindi
ancora
sconosciuti.
I
fattori
di
rischio
delle
POCD
possono
essere
suddivisi
in due
categorie
principali
[6]:
·
Fattori
di
rischio
associati
all’età
ed alla
comorbilità;
·
Fattori
di
rischio
legati
alla
chirurgia
ed
all’anestesia.
L’abuso
di
sostanze,
i
disordini
neurologici
o
psichiatrici
preesistenti,
ed
eventuali
condizioni
con
elevata
pressione
intracranica
rappresentano
alcuni
dei più
comuni
fattori
di
rischio
associati
alla
comorbilità
[6].
Il
rischio
di POCD,
inoltre,
sembra
aumentare
con il
crescere
dell’età.
Un trial
internazionale
–
condotto
dall’International
Study of
Postoperative
Cognitive
Dysfunctions
(ISPOCD)
Group su
pazienti
sottoposti
a
chirurgia
non
cardiaca
– ha,
infatti,
rivelato
come
l’incidenza
di
deficit
cognitivi
postoperatori
sia pari
al
26%
(dopo 1
settimana)
e 10%
(dopo 3
mesi) in
pazienti
anziani
(età
media 68
anni;
range:
60-81
anni),
mentre
si
riduce
rispettivamente
al
19%
(dopo 1
settimana)
e 6%
(dopo 3
mesi) in
pazienti
più
giovani
(età
media 51
anni;
range:
40-60
anni)
[1][9].
Inoltre,
i
pazienti
anziani
sembrano
essere
esposti
ad un
maggior
rischio
di
alterazioni
cognitive
a lungo
termine:
al
momento
della
dimissione
dall’ospedale
le POCD
sono
presenti
nel
36.6%
dei
pazienti
giovani
(18-39
anni),
nel
30.4%
dei
pazienti
di età
media (40-59
anni)
e nel
41.4%
dei
pazienti
anziani
(più
di 60
anni).
Mentre
dopo 3
mesi
dall’intervento,
tali
percentuali
si
riducono
rispettivamente
al
5.7%
nei
pazienti
giovani,
5.6%
nei
pazienti
di età
media,
ed al
12.7%
nei
pazienti
anziani
[10].
Un altro
importante
fattore
di
rischio
per le
POCD è
rappresentato
dal tipo
di
chirurgia.
Un basso
tasso
d’incidenza
è stato
associato
con le
procedure
di
chirurgia
minore,
mentre
gli
interventi
cardiovascolari,
ortopedici
e
urologici
risultano
caratterizzati
da un
maggior
rischio
di
disordini
cognitivi
postoperatori
[6,11].
In
chirurgia
cardiaca,
per
esempio,
l’incidenza
delle
POCD –
principalmente
attribuite
all’uso
del
bypass
cardiovascolare
– è
approssimativamente
pari al
50-80%
alla
fine del
periodo
di
degenza,
20-50%
a 6
settimane
dall’intervento,
e
10-30%
dopo 6
mesi
[1,3].
Infine,
non
tutte le
aree del
cervello
risultano
influenzate
allo
stesso
modo dai
farmaci
anestetici
utilizzati
durante
le
procedure
chirurgiche:
alcune
regioni
sono più
sensibili
di altre
all’anestesia
e alla
sedazione
[12].
Per
esempio,
le
concentrazioni
sedative
dei
farmaci
anestetici
inibiscono
l’attività
della
corteccia
nell’area
di
associazione
multimodale
(es.
corteccia
parietale
e
prefrontale),
determinando
amnesia
e
deficit
di
attenzione.
Mentre,
l’attività
nella
corteccia
unimodale
e nel
talamo
risulta
non
influenzata
da basse
dosi di
farmaci
anestetici
[12].
L’anestesia
può,
quindi,
rappresentare
un
ulteriore
fattore
di
rischio
per lo
sviluppo
di POCD.
Tuttavia,
sembrano
necessari
ulteriori
studi
sull’argomento.
Infatti,
una
delle
principali
difficoltà
della
ricerca
in
questa
area è
costituita
dal
fatto
che
difficilmente
l’anestesia
è
eseguita
secondo
una
precisa
procedura
standard,
ma
piuttosto
viene
somministrata
in modo
variabile
al fine
di
facilitare
l’intervento
chirurgico
[1,13].
Nonostante
l’individuazione
di
alcuni
specifici
fattori
di
rischio,
predire
chi tra
i
pazienti
può
sviluppare
POCD
rimane
ancora
problematico.
L’osservazione
diretta
e la
documentazione
delle
capacità
cognitive
del
paziente,
prima e
dopo
l’intervento,
rappresentano
certamente
un
valido
strumento
di aiuto
[14].
Tuttavia,
quasi
sempre i
pazienti
vengono
sottoposti
ad una
batteria
di test
neuropsicologici,
atti a
testare
uno o
più
aspetti
(domini)
delle
funzioni
cognitive:
memoria
visuale/verbale,
capacità
psicomotorie,
attenzione
[15].
Numerosi
sono i
test che
possono
essere
utilizzati:
dal ben
noto “Mini
Mental
State
Examination”
(MMSE)
allo “Short
Orientation
Memory
Concentration
Test”
(SOMCT),
dal “Clock
Drawing
Test”
ai più
recenti
e
avanzati
test
neuropsicologici
computerizzati
[16].
Il
Mini
Mental
State
Examination
è uno
strumento
che,
frequentemente
utilizzato
sia
nella
pratica
clinica
sia
nella
ricerca,
permette
di
valutare
lo
status
cognitivo
generale
del
paziente.
L’ MMSE
consiste
di 11
domande
attraverso
cui è
possibile
esaminare
cinque
aeree
delle
funzioni
cognitive:
orientamento,
apprendimento,
attenzione,
capacità
di
calcolo
e
linguaggio.
Il
massimo
punteggio
è 30
ed un
risultato
pari o
inferiore
a 23
indica
un
peggioramento
delle
funzioni
cognitive.
Il tempo
richiesto
per la
somministrazione
è
approssimativamente
5-10
minuti.
Unica
limitazione
è
rappresentata
dal
fatto
che
l’analisi
dello
stato
cognitivo
si basa
sulla
valutazione
delle
risposte
verbali,
di
lettura
e
scrittura
fornite
dal
paziente.
Pertanto,
nel caso
di
pazienti
audiolesi,
ipovedenti,
con
disturbi
della
comunicazione
o scarsa
conoscenza
della
lingua,
punteggi
bassi
possono
essere
registrati
anche
quando
le
funzioni
cognitive
sono
intatte
[14].
Lo
Short
Orientation
Memory
Concentration
Test
(SOMCT)
è un
test
poco
utilizzato
valido
contro
le
neuropatologie
e
derivato
dalla
più
lunga
Scala di
Blessed.
Esso
permette
di
discriminare
tra
deficit
cognitivi
medi,
moderati
e gravi
mediante
l’impiego
di sei
semplici
domande
che
restituiscono
i
punteggi
più alti
in
corrispondenza
di
migliori
funzioni
cognitive
[17,18].
Il
Rancho
Los
Amigos
Scale
è un
ulteriore
test
utilizzato
per
valutare
il
recupero
cognitivo
nei
pazienti
usciti
dal coma
o con
danni
cerebrali
[17].
Gli
otto/dieci
livelli
– di cui
si
compone
–
costituiscono
uno
strumento
di
valutazione
che non
richiede
la
cooperazione
del
paziente:
l’ RLAS,
infatti,
si basa
sull’osservazione
del
paziente,
su come
risponde
agli
stimoli
ambientali
e su
come
progredisce
durante
il
periodo
di
riabilitazione.
Tuttavia
è
importante
sottolineare
come
ogni
persona
è un
singolo
individuo
e
diversi
fattori
devono
essere
presi in
giusta
considerazione
quando
gli si
assegna
un
livello
cognitivo.
Ciascun
paziente,
infatti,
progredirà
con il
proprio
ritmo, a
seconda
della
gravità,
della
posizione
o della
durata
del
danno
cerebrale
[17].
Il
Clock
Drawing
Test
[19] è
un
semplice
strumento
atto a
valutare
le
capacità
di
attenzione,
programmazione
e
organizzazione
di un
individuo.
In
particolare,
al
paziente
viene
chiesto
di
disegnare
un
orologio
(con
tutti i
numeri)
che
segna
dieci
minuti
dopo le
undici.
Apparentemente
semplice,
questo
compito
consente
di
misurare
un certo
numero
di
funzioni
cognitive.
Il
soggetto,
infatti,
deve
ricordare
come è
fatto un
orologio,
disegnarlo,
allineare
i
numeri,
e
ricordare
simultaneamente
le
istruzioni
mentre
posiziona
le
lancette
in modo
corretto
[14].
Infine,
il
confronto
tra un
disegno
fatto
prima
dell’intervento
ed uno
fatto
dopo la
procedura
chirurgica
consente
di
individuare
le
eventuali
disfunzioni
cognitive
[14].
Il
List
Learning
Test
permette
di
valutare
come il
paziente
memorizza
e ripete
una
lista di
parole
[14].
Diverse
versioni
di
questo
test
sono
disponibili.
Principalmente
differiscono
per il
loro
livello
di
difficoltà
(rappresentato
dal
numero
di
parole
disponibili)
e per la
fascia
di età
cui sono
rivolti.
Per
esempio,
la
versione
rivisitata
dell’Hopkins
Verbal
Learning
Test
valuta
lo
status
cognitivo
del
paziente
utilizzando
una
lista di
12
parole
con 3
ripetizioni
[20].
Con
l’aumentare
della
vita
media si
riscontra
un
incremento
delle
malattie
neurodegenerative
che
portano
a
demenza.
Tra
queste
la
Malattia
di
Alzheimer
è, senza
dubbio,
quella
su cui
si pone
maggiormente
l’attenzione,
sia
perché
è una
delle
più
invalidanti,
sia
perché
coinvolge
un vasto
numero
di
individui:
i malati
ma anche
le
persone
che li
assistono
e che
sono
emotivamente
coinvolti
[21,
22].
La
Malattia
di
Alzheimer
è un “processo
degenerativo
correlato
all’età
che
distrugge
lentamente
ed in
modo
progressivo
le
cellule
cerebrali”
con
conseguente
compromissione
delle
funzioni
cognitive,
cambiamenti
nella
personalità,
ed
alterazioni
del
comportamento.
Secondo
uno
studio
condotto
dalla
Johns
Hopkins
Bloomberg
School
of
Public
Health
di
Baltimora,
circa
26,6
milioni
di
persone
ne sono
affette
in tutto
il
mondo.
In
Italia
colpisce
circa
600 mila
persone
interessando
il
3.5%
degli
uomini e
il
7.3%
delle
donne
ultrasessantacinquenni
[23].
L’esordio
della
malattia
è
subdolo
e
insidioso,
spesso
difficilmente
riconoscibile
anche
alle
persone
più
vicine
al
paziente.
Il suo
decorso
può
essere
suddiviso,
per
sommi
capi, in
quattro
fasi
principali
e
successive
[23]:
1. GRADO
LIEVE.
La fase
iniziale
è
caratterizzata
da una
perdita
di
memoria
per i
fatti
recenti
e da una
progressiva
incapacità
di
imparare
nuovi
concetti
e nuove
tecniche.
Dal
verificarsi
di
episodi
di
disorientamento
spaziale
in
luoghi
non
familiari.
Da
difficoltà
a
risolvere
alcuni
compiti
complessi
o non
usuali
(operazioni
bancarie).
Da
“anomie”
(mancanza
di
parole)
durante
il
linguaggio
spontaneo,
anche se
questo
ultimo è
apparentemente
ancora
nella
normalità.
Da
disturbi
“aprassici”,
in altre
parole
del
“saper
fare”,
svelati
dalla
difficoltà
nell’uso
appropriato
di
strumenti
non di
uso
comune.
La
consapevolezza
dei
propri
deficit
cognitivi
rende
spesso
il
malato
ansioso,
depresso,
irritabile
fino
alla
manifestazione
di
scatti
di
rabbia.
In
questa
fase
l’esame
neurologico
è
sostanzialmente
nella
norma.
2. GRADO
MODERATO.
In
questa
fase
della
malattia
i
disturbi
cognitivi
sono di
entità
tale per
cui le
azioni
della
vita
quotidiana
diventano,
per il
malato,
molto
problematiche.
La
progressiva
compromissione
della
memoria
recente
spiega
la
maggior
parte
delle
difficoltà
che il
malato
si trova
a dover
affrontare
ogni
giorno:
può,
ad
esempio,
non
ricordare
i fatti
più
importanti
della
giornata.
Cominciano
a
manifestarsi
anche
deficit
a carico
della
memoria
remota,
può non
ricordare,
ad
esempio,
il
proprio
indirizzo
e il
numero
telefonico.
Il
disorientamento
spazio-temporale
è molto
più
marcato
e la
guida
dell’autovettura
diventa
più
problematica
per la
difficoltà
ad
orientarsi
nella
propria
città.
In
questa
fase
sono
presenti
i
disturbi
dell’attenzione.
La
compromissione
intellettiva
si
manifesta
con
disturbi
di
astrazione.
Il
linguaggio
è più
compromesso,
così che
l’eloquio
diventa
povero
di
significato.
La
scrittura
e la
lettura
sono
anch’esse
compromesse.
La
capacità
ad
iniziare
un’attività
o ad
utilizzare
gli
oggetti
(ad
esempio
le
posate
durante
il
pasto)
può
essere
difficoltosa
(aprassia).
Sul
piano
comportamentale
il
malato
manifesta
sintomi
quali:
irascibilità,
aggressività,
apatia,
abulia
spesso
associati
anche a
deliri.
Il
malato
ha meno
attenzioni
per la
cura
della
propria
persona
e per
questo
necessità
di
essere
stimolato
alla
cura di
sé.
L’ipertonia
muscolare
e
l’incontinenza
possono
caratterizzare
l’obiettività
neurologica.
3.
GRADO
GRAVE.
Questa
fase è
caratterizzata
da una
completa
dipendenza
del
malato
dagli
altri
per
lavarsi,
vestirsi,
mangiare,
utilizzare
la
toilette.
La
memoria
è molto
compromessa,
anche
quella
autobiografica:
non
ricorda
la data
e il
luogo di
nascita,
non
riconosce
i ruoli
all’interno
della
famiglia
(la
figlia
diventa
la
madre,ecc).
La
produzione
verbale
è molto
ridotta
e
l’eloquio
spontaneo
è quasi
assente,
e quando
è
invitato
a
parlare
il
linguaggio
non è
corretto.
Sono
frequenti
deliri
ed
allucinazioni.
Non è
più
capace
di
riconoscere
ed
utilizzare
oggetti
d’uso
comune,
ad
esempio
la
doccia,
la vasca
da
bagno,
oppure
vestirsi
correttamente,
usare
le
posate,
utilizzare
la
toilette.
I
disturbi
del tono
muscolare
diventano
più
marcati
così da
rendere
più
difficoltosa
ed
insicura
la
marcia;
le
cadute
diventano
infatti
più
frequenti.
4. FASE
TERMINALE.
Le
funzioni
cognitive
sono
completamente
disgregate
e le
condizioni
fisiche
sono
profondamente
decadute:
il
paziente
è
defedato
dal
punto di
vista
intellettivo
e dal
punto di
vista
fisico,
frequenti
sono le
patologie
infettive
polmonari,
cutanee
e
vescicali
(polmoniti,
decubiti,
infezioni
alle vie
urinarie)
con
morte in
pochi
mesi.
Negli
ultimi
anni, la
ricerca
ha
mostrato
come il
tessuto
dei
pazienti
affetti
da
Alzheimer,
sia
caratterizzato
dall’accumulo
di
residui
proteici
anomali
intraneuronali,
le
neurofibrille
(che
contengono
proteina
tau
iperfosforilata),
e dalla
presenza
di
placche
senili.
La
componente
principale
delle
placche
senili
è una
proteina
filamentosa,
la
beta-amiloide
(Aβ),
che
deriva
dal
clivaggio
enzimatico
della
proteina
precursore
della
amiloide
(AβPP),
e il cui
effetto
neurotossico
è
responsabile
della
neurodegenerazione.
In
condizioni
normali,
per
azione
delle
alfa e
delle
gamma
secretasi,
si
formano
i
frammenti
brevi
della
beta-amiloide,
costituiti
da 40
aminoacidi,
mentre
solo il
10%
è
composto
da
42-43
aminoacidi.
Dal
clivaggio
enzimatico
dell’AβPP
per
opera
delle
beta
secretasi
ha
origine
un
frammento
C-terminale
(APP-CTFβ),
dal
quale
successivamente,
per
azione
di una
gamma-secretasi,
viene
prodotta
la
beta-amiloide-42
[24].
Questa
forma
più
lunga è
fortemente
neurotossica.
La
beta-amiloide-42,
infatti,
agisce
alterando
la
liberazione
di
calcio
intracitoplasmatico
dei
neuroni,
con
conseguente
morte
cellulare,
danneggia
i
mitocondri,
con
rilascio
di
radicali
liberi
dell’ossigeno,
e attiva
una
risposta
infiammatoria
tramite
il
rilascio
di
mediatori
cellulari
[25,26].
Confrontando
le
caratteristiche
delle
persone
con la
Malattia
di
Alzheimer
con
quelle
della
popolazione
sana, i
ricercatori
hanno
prospettato
un certo
numero
di
fattori
di
rischio.
Ciò
significa
che
alcune
persone
hanno
maggiori
probabilità,
rispetto
ad
altre,
di
contrarre
la
malattia
[27].
Tuttavia,
è
improbabile
che si
possa
far
risalire
la
malattia
ad
un’unica
causa:
è
verosimile
che sia
un
insieme
di
fattori
– con
incidenza
diversa
da
persona
a
persona
– a
determinarne
lo
sviluppo
[27]. Ad
ogni
modo,
razza,
professione,
posizione
geografica,
livello
socio-economico
sembrano
non
essere
fattori
determinanti.
Mentre
tra i
possibili
fattori
di
rischio
si
possono
annoverare
[27]:
· ETA’.
E’
affetta
dalla
Malattia
di
Alzheimer
circa
una
persona
su venti
tra
quelle
che
hanno
superato
i 65
anni
di età,
e meno
di una
persona
su mille
al di
sotto di
tale
età. E'
importante
rilevare
che,
anche se
col
passare
degli
anni le
persone
tendono
a
perdere
la
memoria,
la
stragrande
maggioranza
degli
individui
sopra
gli
80 anni
è
intellettualmente
integra.
Sebbene,
quindi,
le
probabilità
di
contrarre
la
Malattia
di
Alzheimer
crescano
con gli
anni, la
vecchiaia
di per
se
stessa
non è
causa di
tale
malattia.
Dati
recenti
sembrano,
comunque,
suggerire
che
problemi
legati
all’età,
quali
l’arteriosclerosi,
possano
essere
fattori
di
rischio
importanti.
· SESSO.
Da
alcuni
studi
risulta
che il
numero
di donne
affette
da tale
malattia
è
superiore
al
numero
degli
uomini.
Tuttavia,
tale
dato può
essere
ingannevole
dato che
le donne
vivono
mediamente
più a
lungo
degli
uomini.
Infatti,
a parità
di
durata
della
vita e
in
assenza
di altre
cause di
morte,
il
numero
di
uomini
affetti
da
Malattia
di
Alzheimer
equivarrebbe
al
numero
delle
donne.
· FATTORI
GENETICI.
In un
numero
estremamente
limitato
di
famiglie,
la
Malattia
di
Alzheimer
si
presenta
col
carattere
di
malattia
genetica
dominante.
I membri
di tali
famiglie
possono
ereditare
da uno
dei
genitori
la parte
di
DNA
che
causa
tale
malattia.
Mediamente,
la metà
dei
figli di
un
genitore
malato
erediterà
la
malattia,
con
esordio
ad
un’età
relativamente
bassa:
di
norma,
tra i 35
e i 60
anni.
Inoltre
è stato
scoperto
un
collegamento
tra il
cromosoma
21 e
la
Malattia
di
Alzheimer.
Poiché
la
Sindrome
di Down
è
causata
da
un'anomalia
su
questo
cromosoma,
i
soggetti
Down
hanno
maggiori
probabilità
di
ammalarsi
se
raggiungono
la mezza
età,
anche se
non
appaiono
tutti i
sintomi
della
malattia.
· TRAUMI
CRANICI.
Ci sono
fondati
motivi
per
ritenere
che una
persona
che ha
ricevuto
un
violento
colpo
alla
testa
possa
essere a
rischio
di
ammalarsi
di
Alzheimer.
In
particolare,
il
rischio
risulta
maggiore
se al
momento
del
colpo la
persona
ha più
di
cinquant'anni,
ha un
gene
specifico
(apoE4)
e ha
perso
conoscenza
subito
dopo il
colpo.
Generalmente,
alla
diagnosi
si
arriva
per
esclusione
dopo un
attento
esame
delle
condizioni
fisiche
e
mentali
del
paziente.
Esistono
tre
possibili
tipi
di
diagnosi
della
Malattia
di
Alzheimer
[28]:
·
MALATTIA
DI
ALZHEIMER
POSSIBILE. Una
diagnosi
di
possibile
Malattia
di
Alzheimer
è basata
sull’osservazione
di
sintomi
clinici
e sul
deterioramento
di due o
più
funzioni
cognitive
(memoria,
linguaggio,
pensiero)
in
presenza
di una
seconda
malattia
che non
è
considerata
la causa
della
demenza,
ma che
rende
comunque
la
diagnosi
di
Alzheimer
meno
sicura.
· MALATTIA
DI
ALZHEIMER
PROBABILE.
La
diagnosi
si
qualifica
come
probabile
sulla
base
degli
stessi
concetti
detti
sopra,
ma in
assenza
di una
seconda
malattia.
· MALATTIA
DI
ALZHEIMER
CERTA.
L’identificazione
delle
caratteristiche
placche
senili e
dei
gomitoli
neuro
fibrillari
nel
cervello
è
l’unico
modo
sicuro
per
confermare
con
certezza
la
diagnosi
di
Malattia
di
Alzheimer.
Per
questa
ragione,
la terza
diagnosi,
quella
di
Malattia
di
Alzheimer
Certa,
può
essere
formulata
solo
mediante
biopsia
del
cervello,
o dopo
che è
stata
effettuata
un’autopsia.
A
tutt’oggi,
non
esiste
alcun
farmaco
in
grado
di
prevenire
o
guarire
la
Malattia
di
Alzheimer.
Esistono
dei
farmaci
che
possono
aiutare
ad
alleviare
certi
sintomi
quali
l’agitazione,
l’ansia,
la
depressione,
le
allucinazioni,
la
confusione,
l’insonnia.
Sfortunatamente,
questi
farmaci
tendono
ad
essere
efficaci
in un
numero
limitato
di
pazienti
e solo
per un
periodo
limitato
nel
tempo,
e
possono
causare
effetti
collaterali
indesiderati
[28].
Di
recente
sono
stati
anche
introdotti
dei
farmaci
che
migliorano
la
memoria
e la
concentrazione
in
alcuni
pazienti.
Essi
possiedono
la
capacità
di
rallentare
temporaneamente
la
progressione
dei
sintomi.
Tuttavia,
non
esiste
alcuna
dimostrazione
che
questi
farmaci
fermino
o
facciano
regredire
il
processo
di
deterioramento
cellulare.
In altre
parole,
si
tratta
di
farmaci
che
mirano a
curare i
sintomi,
e non la
malattia
[28].
Infine,
accanto
alla
terapia
farmacologica
si
interviene
spesso
con
terapie
di tipo
psicoterapico,
cognitivo
e
fisioterapico
il cui
obiettivo
non è
migliorare
la
prestazione
o
ridurre
i
deficit,
ma
mantenere
il più a
lungo
possibile
le
abilità
che
ancora
non sono
state
colpite
dalla
malattia
[21].
Il
sistema
colinergico
è uno
dei più
importanti
sistemi
neurotrasmettitoriali
nel
cervello.
Regola
funzioni
cognitive
quali
memoria,
apprendimento,
le
ramificazioni
dendritiche,
lo
sviluppo
e la
differenziazione
neuronale
[29,30].
L’acetilcolina
(ACh) è
stato in
assoluto
il primo
neurotrasmettitore
ad
essere
individuato,
e svolge
le sue
azioni
sia a
livello
del
Sistema
Nervoso
Centrale
(SNC)
che del
Sistema
Nervoso
Periferico
(SNP).
L’
ACh
evoca
risposte
simili a
quelle
della
nicotina
o della
muscarina.
Pertanto
i suoi
recettori
vengono
distinti
in
Recettori
Nicotinici
e
Recettori
Muscarinici
[31].
I
recettori
colinergici
nicotinici
(nAChR)
sono
membri
di una
superfamiglia
di
canali
ionici
ligando-dipendenti,
e sono
presenti
nella
giunzione
neuromuscolare
del
muscolo
scheletrico,
nei
gangli
autonomi,
nella
midollare
del
surrene
e nel
SNC
[32]. Il
recettore
forma
una
struttura
pentamerica
costituita
da
subunità
omomeriche
α
e β:
nell’uomo
sono
state
identificate
8
subunità
α
(da α2
fino ad
α7,
α9
e
α10)
e 3
subunità
β
(da β2
a β4)
[32,33].
In base
alla
loro
distribuzione,
i
nAchR
vengono
suddivisi
in
muscolari
e
neuronali.
Condividono
proprietà
strutturali
e
funzionali
con
altri
canali
ligando-dipendenti
quali i
recettori
GABAA,
5-HT3
e la
glicina
[32]. Le
subunità
muscolari
e
neuronali
condividono
la
stessa
topografia
base di
un
grande
dominio
extracellulare
N-terminale,
che
contribuisce
al
legame
dell’agonista,
di
quattro
domini
transmembrana
idrofobici
(da
TM1
a TM4),
di una
grande
ansa (loop)
citoplasmatica
tra
TM3
e TM4
e di un
breve
dominio
extracellulare
C-terminale.
Si pensa
che la
regione
transmembrana
M2
formi il
poro
ionico
degli
nAChR
[32]. I
gangli
autonomi
formano,
invece,
complessi
omomerici
α7
e
complessi
eterometrici
α3/β4,
di cui
il
composto
(α3)2(β4)3
è quello
prevalente.
Studi di
elettrofisiologia
sugli
interneuroni
hanno
evidenziato
che i
sottotipi
del
recettore
α7
sono
presinaptici,
mentre
gli α4β2
sono sia
presinaptici
che
postsinaptici
[31].
Numerosi
studi
hanno
anche
rilevato
un’ampia,
ma non
uniforme,
distribuzione
degli
nAChr
nel
cervello
[31].
Per
esempio,
i
recettori
α7
sono
localizzati
in tutti
gli
strati
della
corteccia
frontale,
temporale,
ippocampo,
substantia
nigra.
Mentre i
recettori
α4β2
sono
principalmente
localizzati
negli
strati
profondi
della
corteccia
cerebrale.
Altre
localizzazioni
sono il
talamo,
il
putamen,
il
cervelletto,
con
possibili
variazioni
di
densità
in
relazione
al
declino
fisiologico
del
cervello
correlato
all’età
[34].
I
recettori
colinergici
muscarinici
(mAChR)
sono una
famiglia
di
canali K+
ligando-dipendenti
che
svolgono
una
funzione
metabo-tropica
[31].
Nel
sistema
periferico
i
mAChR
mediano
le
classiche
azioni
muscariniche
dell’ACh
negli
organi e
nei
tessuti
innervati
dai
nervi
parasimpatici,
sebbene
possano
essere
presenti
anche in
siti
dove
manca
l’innervazione
parasimpatica
(cellule
endoteliali
e
muscolari
lisce
della
maggior
parte
dei vasi)
[32].
Nel SNC,
invece,
i
mAChR
sono
coinvolti
nella
regolazione
di
numerose
funzioni:
cognitive,
comportamentali,
sensoriali,
motorie
e
autonomiche
[8,32].
Le
funzioni
base dei
recettori
colinergici
muscarinici
sono
mediate
dall’interazione
con le
proteine
G e
quindi
dai
cambiamenti
indotti
dalle
proteine
G
nella
funzione
di
differenti
molecole
effettrici.
I
mAChR
si
possono
dividere
in
cinque
principali
sottotipi
(M1-M5),
ciascuno
prodotto
da un
gene
diverso.
I
sottotipi
M1,
M3
e M5
sono
recettori
postsinaptici
accoppiati
a
subunità
α
della
proteina
G (11/q)
che
attivano
la via
dell’adenilatociclasi
e
fosfolipasi
C
con
produzione
di
inositolo-1,4,5
trifosfato
(IP3)
e
diacilglicerolo
(DG) e
conseguente
attivazione
di
fenomeni
Ca2+
dipendenti
[8,32].
Inoltre
il
diacilglicerolo
attiva
la
proteinchinasi
C
(unitamente
alla
Ca2+)
con
fosforilazione
di
numerose
proteine.
L’attivazione
dei
recettori
M1,
M3
ed M5
può
anche
produrre
l’attivazione
della
fosfolipasi
A2
conducendo
al
rilascio
di
acido
arachidonico
e alla
conseguente
sintesi
di
eicosanoidi,
che
infine
porta a
stimolazione
autocrina/paracrina
dell’adenil
ciclasi
[32].
I
sottotipi
M2
e M4,
invece,
sono
recettori
presinaptici
che
interagiscono
con le
proteine
G
con
inibizione
dell’adenilil
ciclasi,
diminuzione
dell’AMP
ciclico,
attivazione
dei
canali
K+,
e
inibizione
dei
canali
per il
Ca2+
voltaggio-dipendenti
[31,32].
Le
conseguenze
funzionali
di
questi
effetti
sono l’iperpolarizzazione
e
l’inibizione
delle
membrane
eccitabili.
In
seguito
all’attivazione
da parte
di
agonisti
classici
o
allosterici,
i
mAChR
possono
essere
fosforilati
da
diverse
chinasi,
associate
a
recettori
o
regolate
da
secondi
messaggeri.
Una
volta
fosforilati,
i
recettori
colinergici
muscarinici
possono
interagire
con
diverse
proteine
adattatrici,
con la
conseguenza
che i
segnali
generati
dai
mAChR
possono
essere
modulati
in modo
differenziale
portando
a una
desensibilizzazione
a breve
o lungo
termine
di una
specifica
via,
oppure
all’attivazione
della
via
della
MAP
chinasi,
a valle
della
fosforilazione
dei
mAChR,
o al
potenziamento
a lungo
termine
della
stimolazione
della
PLC
associata
ai
mAChR
[32].
L’anestesia
rappresenta
una
delle
più
importanti
scoperte
nella
storia
della
medicina.
L’abolizione
della
sensibilità,
della
coscienza,
del
dolore,
e lo
stato di
rilassamento
muscolare
prodotti
dai
farmaci
anestetici
hanno
fornito
l’opportunità
di
sottoporre
un
sempre
maggior
numero
di
pazienti
ad
interventi
chirurgici
– più o
meno
complessi
–
riducendo
notevolmente
le
complicazioni
legate
allo
stress
chirurgico.
Lo
sviluppo
delle
moderne
tecnologie
e la
scoperta
di nuovi
farmaci
anestetici,
inoltre,
hanno
reso
l’anestesia
una
procedura
sempre
più
sicura
[35].
Tuttavia,
ancora
oggi, le
pratiche
anestesiologiche
rappresentano
fonte di
preoccupazione,
soprattutto
per gli
effetti
e le
conseguenze
che
possono
produrre
[35]. I
farmaci
anestetici,
infatti,
potrebbero
determinare
l’insorgere
di
problemi,
quali ad
esempio
deficit
della
memoria
o
dell’attenzione,
oppure
accelerare
e/o
slatentizzare
una
demenza
subclinica
pre-esistente
[30,36].
Alcuni
di
questi
problemi
possono
essere
risolti
entro
breve
tempo
dalla
sospensione
della
somministrazione
dei
farmaci,
mentre
altri
possono
persistere
o
proseguire
per
lungo
tempo,
risultando
in
alcuni
casi del
tutto
irreversibili
[30].
Scegliere
la
tecnica
anestesiologica
più
appropriata
per un
paziente
diventa,
quindi,
un
compito
fondamentale.
Infatti,
sebbene
in molte
situazioni
la
scelta
di un
farmaco
appaia
del
tutto
indifferente
(i
migliori
risultati
sono
spesso
ottenuti
mediante
l'utilizzo
di
tecniche
con le
quali
l'anestesista
possiede
una
certa
familiarità)
il
preferire
un
agente
anestetico
piuttosto
che un
altro
può
incidere
profondamente
non solo
sulla
corretta
riuscita
dell’intervento
ma anche
sull’outcome
del
paziente
[37].
Pertanto,
conoscere
e
comprendere
gli
effetti
che i
farmaci
anestetici
hanno
sul
cervello,
la loro
relazione
con
alcune
malattie
specifiche
(es.
POCD,
Malattia
di
Alzheimer),
i
meccanismi
d’interazione
con il
sistema
nervoso
centrale
e quello
colinergico,
assume
un ruolo
importante
al fine
di
evitare
eventi
indesiderati,
ma
soprattutto
per
offrire
la
possibilità
agli
anestesisti
di
migliorare
ulteriormente
le
prestazioni
dell’anestesia,
la
sicurezza
e il
recupero
del
paziente.
Nonostante
i
numerosi
progressi
– fatti
registrare
negli
ultimi
decenni
– nel
campo
della
chirurgia
e
dell’anestesia,
l’insorgere
di
disfunzioni
cognitive
postoperatorie
rimane
una
comune
complicazione
nei
pazienti
sottoposti
a
procedure
chirurgiche,
specialmente
in
quelli
anziani.
Dal
momento
che
l’anestesia
inalatoria
rappresenta
la
tecnica
più
utilizzata
in
questo
tipo di
pazienti,
diversi
studi
sono
stati
condotti
al fine
di
investigare
la
possibile
relazione
tra le
POCD e
gli
anestetici
inalatori
più
comunemente
utilizzati
(isoflurane,
desflurane,
sevoflurane
e
protossido
di azoto).
I
risultati
ottenuti
evidenziano
come, in
pazienti
sottoposti
ad
interventi
di
bypass
coronarico
con
impiego
di
bypass
cardiopolmonare,
l’isoflurane
determina
un
miglior
recupero
delle
funzioni
cognitive
rispetto
al
sevoflurane
ed al
desflurane,
che
risultano
invece
associati
a danni
cerebrali
di lunga
durata
[38].
Viceversa,
il
desflurane
e il
sevoflurane
appaiono
superiori
all’isoflurane
in
pazienti
sottoposti
a
procedure
ortopediche
elettive
o
interventi
di
chirurgia
polmonare
[1].
Essi,
infatti,
garantiscono
un più
rapido
recupero
delle
funzioni
cognitive
riducendo
il
numero
di
pazienti
in cui
si
manifestano
le POCD
(confusione,
disorientamento,
deficit
di
memoria,
ecc.).
Alte
dosi di
protossido
di azoto
(N2O)
sono
associate
al
peggioramento
di molte
funzioni
cognitive
del
sistema
nervoso
centrale
[1].
Molti
studi
sono
stati
condotti
anche
sugli
anestetici
endovenosi
e gli
oppioidi,
investigando
in
particolare
gli
effetti
del
propofol,
del
fentanyl
e del
tramadolo.
I
risultati
dimostrano
che i
pazienti
dovrebbero
astenersi
dal
guidare
per
almeno
due ore
dopo
un’anestesia
con
propofol,
mentre i
pazienti
che
ricevono
analgesia
a base
di
tramadolo
appaiono
più
motivati
ad
eseguire
compiti
cognitivamente
onerosi
[1,39,40].
Nessuna
differenza
significativa,
in
termini
di
sviluppo
di POCD,
è stata
evidenziata
tra l’anestesia
generale,
quella
loco-regionale
e l’anestesia
epidurale
[1,11,13,41-43].
Infine,
negli
ultimi
anni,
l’attenzione
di molti
ricercatori
è stata
rivolta
a
verificare
l’ipotesi
di un
possibile
coinvolgimento
dei
meccanismi
neuropatogenetici
molecolari
della
Malattia
di
Alzheimer
nella
genesi
delle
disfunzioni
cognitive
postoperatorie.
Come
descritto
nel
Capitolo
3,
la
Malattia
di
Alzheimer
(MA)
rappresenta
la più
comune
forma di
demenza,
ed è
caratterizzata
dall’accumulo
di
beta-amiloide
(Aβ) e
da un
importante
perdita
di
neuroni
colinergici
– specie
dell’ippocampo
e della
neocorteccia
– che
provocano
disturbi
comportamentali
ed un
progressivo
declino
delle
funzioni
cognitive
[30,31].
Una
diretta
interazione
tra
Aβ e
recettori
colinergici
(nicotinici
e
muscarinici)
è stata
dimostrata,
evidenziando
come la
beta-amiloide
svolga
un’azione
negativa
sulla
sintesi
e sul
rilascio
dell’acetilcolina
(ACh)
[44,45].
Minime
concentrazioni
di
beta-amiloide
sono,
infatti,
sufficienti
ad
inibire
le
funzioni
neurotramettitoriali
dei
recettori
nicotinici
(nAChR)
indipendentemente
dall’apparente
neurotossicità
[46].
L’attivazione
dei
recettori
colinergici
muscarinici
di tipo
M1,
invece,
è
coinvolta
nella
regolazione
del
metabolismo
della
proteina
precursore
dell’amiloide
(AβPP)
per la
produzione
di
beta-amiloide
[47]. La
stimolazione
dei
recettori
M1
mediante
agonisti
determina
la
trasformazione
dell’AβPP
e la
generazione
di
prodotti
non-amiloidogenici
[48].
Gli
agonisti
dei
recettori
M1
possono,
quindi,
svolgere
una
duplice
azione (aumentano
il
rilascio
di AβPP
e
riducono
la
formazione
di Aβ)
in grado
di
modulare
il
processo
neuropatogenetico
della
Malattia
di
Alzheimer
[49].
Recenti
studi
hanno
evidenziato
come
alcuni
anestetici
agiscano
direttamente
sul
processo
metabolico
della
beta-amiloide
attraverso
la sua
sintesi
e l’oligomerizzazione
[2].
Inoltre,
quasi
tutti
gli
anestetici
e molti
dei
farmaci
somministrati
durante
l’anestesia,
interagiscono
con i
recettori
colinergici
nicotinici
(nAChR)
e
muscarinici
(mAChR)
influenzando
indirettamente
il
processo
di
produzione
della
beta-amiloide
[2].
La
somministrazione
di
questi
farmaci
e le
loro
multiple
interazioni
con l’Aβ
e i
differenti
siti
recettoriali
colinergici,
possono
essere
alla
base
dello
sviluppo
di POCD
nei
pazienti
sottoposti
ad
interventi
chirurgici.
Alcuni
anestetici
volatili
aumentano
la
produzione,
a
livello
cerebrale,
della
beta-amiloide.
A
concentrazioni
clinicamente
rilevanti,
l’isoflurane
altera
il
clivaggio
enzimatico
dell’AβPP
ed
aumenta
la
sintesi
di Aβ
sia in
linee
cellulari
umane
sia nei
ratti
[50,51].
Analogamente,
il
desflurane
può
determinare
la
produzione
di
beta-amiloide,
ma solo
in
presenza
di
ipossia
[52].
Sempre
in linee
cellulari
umane è
stato
evidenziato
il ruolo
degli
anestetici
volatili
nella
formazione
di
micro-aggregati
di Aβ.
In
particolare,
l’alotano
e l’isoflurane,
inducono
un’alterazione
strutturale
della
beta-amiloide
dalla
forma
solubile
monomerica
a quella
oligomerica
che
potrebbe
contribuire
ad
accelerare
l’insorgere
della
Malattia
di
Alzheimer
[53,54].
Studi
sono
stati
condotti
anche
sugli
anestetici
endovenosi.
Il
propofol
ad
elevate
concentrazioni
interagisce
con la
Aβ40
e induce
l’oligomerizzazione,
mentre a
basse
concentrazioni
(equiparabili
a quelle
cliniche)
l’anestetico
endovenoso
inibisce
il
processo
di
oligomerizzazione
[55]. Il
tiopentale,
sempre
ad
elevate
concentrazioni,
non
interagisce
con la
beta-amiloide,
per cui,
il
peptide
resta in
forma
monomerica
e non
oligomerizza
[55]. Il
propofol
e il
tiopentale
possono,
quindi,
essere
considerati
relativamente
sicuri
[56].
Tutti
gli
anestetici,
salvo
qualche
piccola
eccezione,
e molti
dei
farmaci
somministrati
durante
l’anestesia
interagiscono
con gli
nAChR
ed gli
mAChR.
Gli
anestetici
volativi
e la
ketamina
sono
potenti
inibitori
dei
recettori
colinergici
nicotinici
(nAChR)
con
valori
di
IC50
clinicamente
rilevanti
[8]. Il
desflurane,
invece,
stimola
i
recettori
di
sottotipo
M1
potenziando
la
trasmissione
del
segnale
a basse
concentrazioni
ed
inibendola
per alte
dosi. Il
sevoflurane
inibisce
i
recettori
M1
ed M3
in modo
dose
dipendente,
mentre
l’isoflurane
interagisce
solo con
i
recettori
M3
[8].
Gli
anestetici
endovenosi
barbiturici
sono
forti
antagonisti
dei
recettori
colinergici
muscarinici
(mAChR),
mentre
il
propofol
agisce
su
nAChR
e
mAChR
solo per
concentrazioni
più alte
di
quelle
comunemente
utilizzate
nella
pratica
clinica.
Oppioidi
quali la
morfina
e il
fentanyl,
inibiscono
la
funzione
neurotrasmettitoriale
dei
recettori
colinergici,
mentre
il
remifentanil
non
altera
il
rilascio
dell’acetilcolina
nelle
sinapsi
colinergiche
[57].
Infine,
gli
effetti
di altri
farmaci
frequentemente
somministrati
durante
l’anestesia
(farmaci
anticolinesterasici
o
miorilassanti)
risultano
ancora
poco
chiari:
la
fisostigmina
attiva i
recettori
M1,
la
neostigmina
attiva
il
sottotipo
M3,
mentre
la
piridostigmina
attiva
entrambi
i
sottotipi
[58].
L’ipotesi
di un
potenziale
coinvolgimento
dei
meccanismi
neuropatogenetici
della
Malattia
di
Alzheimer
nella
genesi
delle
disfunzioni
cognitive
postoperatorie,
determina
la
necessità
di
investigare
le
caratteristiche
dei
farmaci
anestetici
(inalatori
ed
endovenosi)
anche da
un punto
di vista
molecolare.
Le
dimensioni
molecolari
degli
anestetici,
infatti,
sembrano
rivestire
un
importante
ruolo
nel
processo
di
interazione
tra i
farmaci
anestetici
e la
proteina
beta-amiloide.
Le
dimensioni
molecolari
degli
anestetici
inalatori
e di
quelli
endovenosi
sono
differenti.
Gli
anestetici
volatili
(alotano,
isoflurane,
sevoflurane
e
desflurane)
consistono
di varie
molecole
alogenate
di
dimensioni
nell’ordine
di
90-140 Ǻ3,
con
concentrazioni
cerebrali
nel
range di
0.26-0.57
mmoll-1
[53,59].
Gli
anestetici
endovenosi
(propofol
e
tiopentale)
sono,
invece,
costituiti
da
molecole
di
dimensioni
molecolari
maggiori
di
190 Ǻ3,
con
concentrazioni
cerebrali
rispettivamente
di
0.15mmoll-1
e
0.075
mmol-1.
Dettagli
molecolari,
ottenuti
mediante
tecniche
di
risonanza
magnetica
nucleare
(NMR) e
implicazioni
sui
neuroni
del
sistema
colinergico
centrale,
mostrano
come le
piccole
dimensioni
molecolari
degli
anestetici
inalatori
siano
più
adatte a
favorire
il
processo
di
oligomerizzazione
della
Aβ
rispetto
alle
maggiori
dimensioni
molecolari
degli
anestetici
endovenosi
[2,60].
Anestetici
inalatori
quali l’isoflurane
e l’alotano,
infatti,
grazie
alle
loro
ridotte
dimensioni
molecolari
possono
interagire
più
facilmente
con i
residui
chiave
del
peptide
Aβ
(G29,
A30
e I31)
determinando
la
conseguente
oligomerizzazione
[2,60].
Al
contrario,
gli
anestetici
endovenosi
quali
tiopentale
e
diazepam,
a causa
delle
loro
dimensioni
ingombranti,
non
possono
interagire
con i
residui
critici
e
oligomerizzare
la
beta-amiloide
[2].
Oligomerizzazione
che
invece
avviene
qualora
il
tiopentale
risulta
utilizzato
in
combinazione
con l’alotano.
Considerando
una
procedura
anestetica
con
tiopentale
per
l’induzione
e
alotano
per il
mantenimento,
infatti,
l’oligomerizzazione
dell’Aβ
si
verifica
come
previsto
suggerendo
che
l’anestetico
endovenoso
non
previene
il
processo
di
oligomerizzazione
promosso
dall’anestetico
inalatorio
[2].
6.CONCLUSIONI
Il
consenso
da parte
dei
pazienti
di
sottoporsi
ad
anestesia
generale
si basa
principalmente
sull’assunzione
che gli
effetti
di tale
procedura
sono
totalmente
reversibili
[61].
Credenza
popolare,
infatti,
è che
gli
effetti
farmacologici
degli
agenti
anestetici
scompaiano
molto
rapidamente
e il
corpo
ritorna
nello
stesso
status
che
aveva
prima
dell’anestesia
[62,63].
Tuttavia,
contrariamente
a quanto
pensato
finora,
i
farmaci
anestetici
sono in
grado di
superare
ogni
tipo di
membrana,
di
entrare
all’interno
degli
organuli
e di
interagire
con
numerose
strutture
cellulari
attraverso
diversi
meccanismi
[62,63].
Il loro
utilizzo
può,
quindi,
causare
cambiamenti
insidiosi
nel
corpo
dei
pazienti:
alcuni
di
questi
possono
essere
risolti
entro
breve
tempo
dalla
sospensione
della
somministrazione
dei
farmaci
(è il
caso,
per
esempio,
della soppressione
delle
cellule
del
sistema
immunitario),
altri
possono
persistere
e
proseguire
autoalimentandosi
(per
esempio
l’oligomerizzazione
di
alcune
proteine),
altri
effetti
sono
invece
irreversibili
(induzione
dell’apoptosi
di
cellule
del
sistema
nervoso
centrale)
[63].
Per
anni,
gli
anestetici
inalatori
sono
stati
considerati
i
farmaci
di prima
scelta
per
l’anestesia
generale.
Oggi,
invece,
è noto
come in
modelli
sperimentali
molti
anestetici
volatili
simulano
i
meccanismi
tipici
della Malattia
di
Alzheimer
[2].
Appare,
quindi,
prudente
evitare
la
somministrazione
prolungata
ed alte
dosi di
anestetici
inalatori
in quei
pazienti
con
elevati
livelli
di
Aβ:
soggetti
con
patologie
neurodegenerative,
pazienti
con
trauma o
danni
cerebrali,
soggetti
anziani
[50,51,52,64].
La
somministrazione
di tali
farmaci,
in
questo
tipo di
pazienti,
infatti,
aumenta
il
rischio
di
sviluppare
deficit
cognitivi
postoperatori
[36,65].
Basse
concentrazioni
di propofol
sembrano,
invece,
inibire
il
processo
di
oligomerizzazione
della beta-amiloide
[55].
Analogamente
il tiopentale,
ad
elevate
concentrazioni,
non
interagisce
con la
Aβ,
inibendone
il
processo
di
oligomerizzazione
[55].
L’uso di
questi
anestetici
endovenosi
appare,
quindi,
più
sicuro
riguardo
al
metabolismo
dell’AβPP
e
conseguente
produzione
della beta-amiloide
[56].
Anche la
dimensione
molecolare
degli
anestetici
(circa
90-140 Ǻ3
per
quelli
inalatori
e
maggiore
di 190 Ǻ3
per gli
endovenosi)
incide
in modo
significativo
sul
processo
di
oligomerizzazione
della Aβ.
Grazie
alle
loro
ridotte
dimensioni
molecolari,
gli
anestetici
inalatori
possono
interagire
più
facilmente,
rispetto
agli
anestetici
endovenosi,
con i
residui
chiave
del
peptide
Aβ
(G29,
A30 e I31)
determinandone
la
conseguente
oligomerizzazione
[2,60].
Alla
luce di
quanto
esposto
fin qui,
si
deduce
che
l’uso di
alcuni
agenti
anestetici,
specie
in
soggetti
anziani,
può
avere un
ruolo
nella
patogenesi
della
neurodegenerazione
della Malattia
di
Alzheimer,
aumentare
il
rischio
di
sviluppare
problemi
di
memoria
e di
attenzione,
o
comunque
accelerare
o
slatentizzare
una
demenza
subclinica
pre-esistente
[36,65].
Tuttavia,
dato che
l’anestesia
non è
una
procedura
somministrata
secondo
un unico
protocollo
ma
risulta
spesso
adeguata
in modo
tale da
agevolare
il
compito
del
chirurgo,
ulteriori
studi di
ricerca
sull’argomento
appaiono
necessari.
Infatti,
la
definitiva
conoscenza
dei
meccanismi
fisiopatologici
delle
disfunzioni
cognitive
contribuirebbe
ad una
futura
riduzione
dei
danni
cellulari
e
cognitivi
associati
agli
interventi
chirurgici
permettendo
di
intervenire
con
farmaci
comunemente
utilizzati
per la
terapia
dell’Alzheimer.
Ma,
soprattutto,
fornirebbe
la
possibilità
agli
anestesisti
di
adottare
protocolli
anestesiologici
più
adeguati,
somministrando
farmaci
potenzialmente
più
sicuri
anche in
funzione
dell’età
(adulti
e anziani),
di
malattie
pre-esistenti
(malattie
neurodegenerative)
e il
rischio
di
sviluppare
o
accentuare
eventuali
deficit
cognitivi
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