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1. INTRODUZIONE
L’anestesia
rappresenta
uno dei più
importanti
traguardi
nella storia
della
medicina e
un settore
in continua
evoluzione
grazie alla
scoperta di
nuovi
farmaci,
sempre più
efficaci e
con effetti
collaterali
minori
rispetto al
passato, ed
all’introduzione
nella
pratica
chirurgica
di
protocolli
anestesiologici
innovativi.
Tuttavia
numerosi
anestetici
sono
frequentemente
usati,
nonostante i
loro effetti
su pazienti
affetti da
determinate
patologie
non siano
ancora stati
completamente
chiariti.
In
particolare
molti dei
farmaci di
più comune
impiego in
anestesia
sono
utilizzati
nella
chirurgia di
resezione
tumorale,
anche se il
loro effetto
sul
comportamento
delle
cellule
tumorali non
sia ancora
noto.
Il timing
chirurgico
costituisce
di per sé
uno stress
per
l’organismo
e diversi
lavori
scientifici,
risultato
dell’esperienza
di molti
chirurghi
oncologici,
hanno
evidenziato
che, a
seguito
delle
procedure
chirurgiche
messe in
atto per la
rimozione
primaria di
neoplasie,
si verifica
con elevata
frequenza la
recidiva di
malattia in
situ e a
distanza,
per lo
sviluppo di
micrometastasi
a partenza
dal sito
primitivo,
sede
dell’intervento
chirurgico.
Molti
ricercatori
dunque hanno
avvertito
l’esigenza
di indagare
se esiste e
quale possa
essere il
ruolo dei
farmaci
anestetici
ed
analgesici
nella
ricorrenza
post–
chirurgica
di cancro.
Non sono al giorno
d’oggi
disponibili
linee guida
per un uso
razionale
degli
anestetici
nella
chirurgia
oncologica,
ma ormai si
sta
diffondendo
sempre più
nella
comunità
scientifica
la
consapevolezza
che
alcuni
farmaci
anestetici
esercitano
un’importante
influenza
sull’evoluzione
dei tumori
trattati
chirurgicamente,
avendo un
potenziale
mutagenico,
che si
estrinseca
nella
crescita
neoplastica
a partire da
cellule
tumorali pre–esistenti
e nella
capacità di
determinare
lo sviluppo
di metastasi
[1,2]. Due
sono i
fenomeni
maggiormente
chiamati in
causa dalla
letteratura
scientifica
come momenti
fondamentali
nel processo
della
carcinogenesi:
il primo è
la
“trasformazione”,
il secondo
la “immortalizzazione”.
La trasformazione
è quello
stadio in
cui le
cellule
acquisiscono
mutazioni
genetiche,
che causano
l’attivazione
di
protoncogeni
e il
silenziamento
dei geni
oncosoppressori.
L’immortalizzazione
invece è
quella fase
in cui le
cellule
acquisiscono
la capacità
di
riprodursi
indefinitamente,
sfuggendo
alla
fisiologica
limitazione
sulla
crescita che
prevede un
numero
finito di
divisioni
cellulari,
dopo le
quali
risulta
impossibile
per una
popolazione
di cellule
continuare a
replicarsi
per
l’incorrere
della
senescenza,
il cui
corrispettivo
biologico è
rappresentato
dall’eccessiva
brevità dei
telomeri (Hayflick
limit) [3].
Negli ultimi anni
molti
ricercatori
hanno
avanzato e
sostenuto
l’ipotesi
secondo la
quale i
farmaci
anestetici
siano in
grado di
indurre dei
cambiamenti
biomolecolari
coinvolti in
differenti
funzioni
cellulari
fisiologiche
e
fisiopatologiche,
come la
proliferazione,
l’angiogenesi
e l’apoptosi,
e di causare
delle
mutazioni
genetiche
responsabili
dei fenomeni
suddetti
della
trasformazione
e dell’immortalizzazione
[1,2,4].
Questa è una
delle
possibili
spiegazioni
per il
coinvolgimento
dei farmaci
anestetici
nella
recidiva di
malattia
neoplastica
dopo
trattamento
chirurgico
primario.
Un altro aspetto
tenuto in
estrema
considerazione
nella
letteratura
scientifica
sull’argomento
è il fatto
che il
regime
anestesiologico
induce uno
stato di
immunosoppressione
nei pazienti
oncologici
che si
sottopongono
a chirurgia,
che, oltre
ad aggravare
ulteriormente
l’inefficienza
del sistema
immunitario,
causata
dallo stress
chirurgico,
può
contribuire
ai disordini
genetici
succitati e
giocare a
sua volta un
ruolo nella
tumorigenesi
post–chirurgica
[5].
Alla luce di queste
considerazioni
la maggior
parte dei
dati
scientifici
enfatizzano
l’importanza
del periodo
peri–operatorio
nella
ricorrenza
della
malattia
neoplastica
e molti
autori hanno
tentato di
dimostrare,
attraverso
studi in
vitro ed in
vivo, che la
risposta
dell’organismo
allo stress
chirurgico
aumenta la
probabilità
di
disseminazione
metastatica
della
malattia a
partire dal
sito
primitivo.
Infatti la
chirurgia
causa uno
stress di
tipo
metabolico,
neuroendocrino,
infiammatorio
ed
immunologico,
e,
attraverso
il rilascio
di mediatori
chimici,
potrebbe
determinare
un’up–regulation
dei maggiori
pathways
molecolari
implicati
nella tumori
genesi [5].
È ormai radicata
nella
letteratura
scientifica
la
convinzione
che, essendo
l’anestesia
una
disciplina
strettamente
correlata
alla
chirurgia,
è molto
probabile
che il tipo
di anestesia
applicato
alla
chirurgia
oncologica
possa
contribuire
a delineare
la prognosi
di questi
pazienti.
I risultati degli
studi
scientifici
sino ad oggi
condotti
sono
favorevoli
all’utilizzo
di agenti
anestesiologici
endovenosi,
come il
propofol,
alla
restrizione
dell’impiego
di
anestetici
volatili ed,
entro certi
limiti,
degli
oppiacei per
l’analgesia
peri–operatoria
di questi
soggetti, ed
al ricorso
all’anestesia
loco–regionale,
dal momento
che molti
studi
evidenziano
come questa
sia in grado
di ridurre
la
ricorrenza
post–chirurgica
di malattia
neoplastica
se
paragonata
con
l’anestesia
generale
[5].
Questo argomento
rappresenta
un ambito di
ricerca
scientifica
di
fondamentale
importanza,
perché la
conoscenza
dei reali
effetti dei
farmaci
anestetici
sulle
cellule
tumorali e
sulle
cellule del
sistema
immunitario
potrebbe
condurre
all’elaborazione
di linee
guida per la
selezione di
regimi
anestesiologici
quanto più
appropriati
possibili
per il
trattamento
ed il
miglioramento
dell’out–come
di questa
tipologia di
pazienti.
2. IL RUOLO DEL PERIODO PERI–OPERATORIO NELLA RICORRENZA POST –
CHIRURGICA
DEL CANCRO
Le moderne
terapie
impiegate
per il
trattamento
della
malattia
neoplastica,
come la
chemioterapia
e la
radioterapia,
hanno in
parte
ridotto
l’elevato
tasso di
mortalità
cancro–correlata
e hanno
incrementato
l’aspettativa
e la qualità
di vita di
questa
tipologia di
pazienti.
Tuttavia,
nonostante i
progressi
compiuti con
le moderne
tecniche di
trattamento,
la malattia
metastatica
rimane
ancora la
causa
primaria di
morte di
questi
soggetti.
Sono state
elaborate
diverse
teorie per
spiegare e
motivare
l’alta
incidenza di
ricorrenza
di malattia
neoplastica,
ed in
particolare
la recidiva
in situ e la
disseminazione
di cellule
tumorali al
momento
dell’atto
chirurgico e
nel periodo
cosiddetto
di “quiescenza”,
in cui le
cellule
cancerose
sono in una
fase non
replicativa
prima della
successiva
ulteriore
crescita
della massa
neoplastica
[6-9].
La chirurgia
crea un
importante
stress sul
piano
metabolico,
neuroendocrino,
infiammatorio
ed
immunologico
[10,11]. La
risposta
dell’organismo
umano allo
stress
chirurgico
si determina
con il
rilascio di
mediatori
chimici, che
sono
direttamente
ed
indirettamente
implicati
nella
crescita del
tumore e che
potrebbero
causare un’
up–regolation
di
pathways
maligni, il
conseguente
sovvertimento
dell’omeostasi
tumorale e
la
promozione
di recidiva
di malattia
locale ed a
distanza. E,
cosa ancora
più
importante,
è il fatto
che il
management
anestesiologico
potrebbe
incidere
positivamente
o
negativamente
sugli
effetti
della
risposta
allo stress
chirurgico
dell’organismo
sulla
recidiva di
malattia,
motivo per
il quale
diviene
imprescindibile
l’esatta
conoscenza
del ruolo
giocato dai
farmaci
anestetici
nei
meccanismi
che verranno
chiamati in
causa e,
conseguentemente,
sull’out-come
a lungo
termine di
questi
pazienti.
Secondo
l’ipotesi
dell’immuno–sorveglianza,
sostenuta
negli anni
da
innumerevoli
ricercatori,
il sistema
immune
sarebbe in
grado di
riconoscere
le cellule
del sistema
immunitario
come “non-self”
e di
eliminarle
prima che
queste
possano
continuare a
replicare e
divenire
clinicamente
rilevabili
[12].
Tuttavia
nonostante
la
competenza
del sistema
immune, si
verifica la
persistenza
del tumore,
per cui è
evidente che
questo
riconosca le
cellule
tumorali,
tenti di
distruggerle,
ma non sia
in grado di
farlo
completamente.
Sulla base
di queste
considerazioni
è nata la
teoria
dell’immuno-editing,
secondo la
quale è
proprio il
sistema
immunitario,
con il suo
tentativo di
eliminare le
cellule
tumorali
dall’organismo,
il
responsabile
della
selezione di
cellule
cancerose
più
resistenti a
questa
clearance,
da esso
stesso messa
in atto
[12].
Infatti dopo
una prima
fase di
eliminazione
ed il
periodo di
equilibrio,
in cui
l’organismo
ha il
completo
controllo
sulla
replicazione
di queste
cellule,
alcune di
esse
riescono a
sfuggire
alla
sorveglianza
immunitaria,
per
un’alterata
presentazione
dell’antigene
e la
secrezione
di agenti
immunosoppressori,
continuando
a replicare
indefinitamente
e divenendo
una
neoplasia
manifesta.
La
chirurgia,
causando uno
stato di
immuno–soppressione
dell’organismo
attraverso
la
secrezione
di citochine
pro–infiammatorie
ed
anti-infiammatorie,
potrebbe
favorire
l’evasione
di alcune
cellule
tumorali dal
controllo
immunitario,
la loro
crescita e
lo sviluppo
di recidiva
in situ e a
distanza di
malattia
[12].
Sebbene
l’obiettivo
principale
della
risposta
allo stress
chirurgico
sia quello
di favorire
i processi
di
guarigione,
sia
iper-attivando
sia
ipo-attivando
i meccanismi
di difesa
dell’ospite,
paradossalmente,
questo
potrebbe
comportare
delle
conseguenze
negative. È
stato
suggerito
che la
risposta
allo stress
chirurgico
fornisca le
condizioni
ottimali per
lo sviluppo
di malattia
residua,
accelerando
la crescita
di pre–esistenti
micrometastasi
e
promuovendo
la
costituzione
di nuove
metastasi
[8,13].
Si pensa che
sia il
periodo
post–operatorio
quello
maggiormente
vulnerabile
per la
potenziale
crescita di
metastasi a
causa della
soppressione
dell’immunità
cellulo–mediata,
che
tipicamente
si instaura
dopo
chirurgia,
che è la
prima linea
di difesa
contro le
cellule
cancerose
[8]. Questa
immunosoppressione
si instaura
entro poche
ore
dall’intervento
chirurgico,
dura
svariati
giorni ed è
direttamente
proporzionale
all’entità
del trauma
chirurgico
[14].
L’incompetenza
in termini
quantitativi
delle
cellule
Natural
Killer è
stata
osservata in
ampi
campioni di
pazienti
affetti da
cancro colo
rettale
[15,16],
gastrico
[17],
polmonare
[18] e della
regione
testa–collo
[19, 20], ed
è sembrata
fortemente
associata ad
un
incremento
significativo
della
morbilità e
della
mortalità.
Nonostante
il fatto che
il
meccanismo
alla base
dell’immunosoppressione
reattiva
allo stress
chirurgico
non sia
stato
completamente
definito, in
letteratura
esistono
lavori
scientifici
i cui
risultati
sostengono
che i
meccanismi
alla base di
questa
immunosoppressione
post–chirurgica
siano da
correlare
all’influenza
esercitata
dai sistemi
neuroendocrino
ed
infiammatorio
e dall’asse
ipotalamo–ipofisi–surrene
[21]. Lo
stress
psicofisico
è stato a
lungo
considerato
come un
fattore
predisponente
lo sviluppo
di neoplasie
[22]; ed in
effetti è
stato
riscontrato
che durante
il periodo
peri–operatorio
i livelli
dei markers
dello stress
per
eccellenza,
epinefrina e
norepinefrina,
sono
notevolmente
elevati e
questi
neurotrasmettitori
sono
ritenuti
responsabili
dell’associazione
tra lo
stress e la
progressione
della
malattia
neoplastica,
essendo in
prima linea
coinvolti
nella
risposta
dell’organismo
all’evento
chirurgico
[21,23].
Varie sono
le evidenze
scientifiche
che hanno
dato impulso
negli anni a
questa tesi,
prima fra
tutte
l’osservazione
che le
cellule
tumorali
esprimono i
recettori
adrenergici
di tipo 1 o
di tipo 2,
attraverso i
quali, i due
neurotrasmettitori
attivano
delle
cascate
intracellulari,
che a loro
volta
mediano
l’espressione
di pathways
molecolari,
determinanti
la malignità
e,
conseguentemente,
l’invasività
dei tumori.
Cellule di
tumore
ovarico
hanno
acquisito
potenzialità
invasiva, in
termini di
proliferazione
incontrollata
e di
sopravvivenza,
a seguito
dell’up–regolazione,
da parte
delle
catecolamine,
delle
metallo
proteinasi
di matrice,
determinanti
la
riorganizzazione
appunto
dello spazio
extra–cellulare
e la
facilitazione
del processo
angiogenico,
e
l’attivazione
di STAT–3,
segnale di
attivazione
della
trascrizione
di numerosi
geni in
risposta
alla
stimolazione
delle
cellule da
parte di
citochine o
fattori di
crescita
[24,25].
Ancora in
cellule di
carcinoma
ovarico è
stato
dimostrato
che le
catecolamine
sono in
grado di
aumentare la
produzione
di VEGF (Vascular
Endothelial
Growth
Factor),
implicato
nella
neoangiogenesi
neoplastica,
meccanismo
attraverso
cui i tumori
si
assicurano
fonti
nutritive e
la
possibilità
di
disseminare
attraverso
il circolo
ematico.
Inoltre è
stato
osservato
che questi
due
neurotrasmettitori
influenzano
in senso
positivo la
migrazione
di numerose
linee
cellulari
neoplastiche,
tra cui
cellule di
tumore della
mammella,
dell’ovaio e
del colon,
attraverso
la
stimolazione
dei
rispettivi
recettori e
la
soppressione
dell’immunità
cellulo–mediata
[26-29].
Sebbene
spesso si
pensi al
cancro come
ad un
processo
anarchico di
replicazione
cellulare,
senza alcuna
forma di
controllo,
in realtà i
processi che
sottendono
la crescita
tumorale e
la
metastatizzazione
sono
alquanto
sofisticati.
Infatti alla
base vi sono
dei
complessi
meccanismi,
governati da
cascate
biomolecolari
pro–maligne,
bersaglio
dell’azione
di
molteplici
mediatori
chimici
dell’infiammazione,
e quindi
citochine,
chemochine,
prostaglandine
e
ciclossigenasi.
Questi
fattori sono
considerati
promotori
della
progressione
neoplastica,
attraverso
l’immunosoppressione,
la
resistenza
all’apoptosi
e la
promozione
dell’angiogenesi
[30]. Se
però è
comunemente
accettata
l’infiammazione
cronica come
fattore
prognostico
negativo
nell’evoluzione
della
malattia
neoplastica,
non è del
tutto stato
chiarito se
anche
l’infiammazione
acuta,
tipica del
periodo
perioperatorio,
influisca
sull’outcome
di questi
pazienti. A
tal
proposito
Goldfarb e
Ben–Elihayu
hanno
suggerito
come cause
della
soppressione
importante
dell’attività
delle
cellule
Natural
Killer nel
post–operatorio,
l’aumento
dei livelli
di IL6, IL8
e PGE2 e la
diminuzione
della
produzione
di IL2 ed
IFN–alfa,
inducenti la
risposta dei
linfociti T
helper di
tipo 1 [6].
Per quanto
concerne
invece la
posizione
dell’asse
ipotalamo–ipofisi–surrene
rispetto
all’immunosoppressione
perioperatoria,
bisogna
sottolineare
l’importanza
in
quest’ambito
della
gestione del
dolore in
questi
pazienti.
Infatti
negli
animali è
stato
osservato
che il
dolore
determina un
deficit
funzionale
delle
cellule NK e
lo sviluppo
dei tumori,
stimolando
l’HPA e il
sistema
nervoso
simpatico
[31-33]; un
buon
controllo
del dolore
di questi
animali ha
comportato
una
significativa
riduzione
della
suscettibilità
del tumore
primitivo di
produrre
metastasi,
tipicamente
conferita
dallo stress
operatorio
[34].
Asserito che
la chirurgia
aumenti le
opportunità
di crescita
e meta
statizzazione
tumorale, a
seguito del
rilascio in
circolo di
cellule
neoplastiche
al momento
stesso
dell’intervento
di
resezione, a
fronte di un
sistema
immunitario
incapace di
neutralizzarle,
è spontaneo
domandarsi e
fondamentale
appurare
quale sia il
ruolo
prognostico
dell’anestesia
e se, messi
in luce gli
effetti dei
farmaci
anestetici
di uso
comune, sia
possibile
migliorare
le
prospettive
di
sopravvivenza
e la qualità
di vita di
questi
pazienti con
scelte di
protocolli
anestesiologici
appropriati.
3. IL RUOLO
DEGLI
ANESTETICI
VOLATILI
NELLA
RECIDIVA DI
CANCRO.
Per molti anni gli
anestetici
volatili
hanno
rappresentato
gli agenti
anestetici
di impiego
più comune
in anestesia
e sono stati
per lungo
tempo
oggetto di
studio di
molti
ricercatori,
spinti
dall’esigenza
di
verificare
gli
eventuali
effetti
esercitati
da questi
farmaci sui
membri degli
staff di
sala
operatoria,
a seguito di
un’esposizione
cronica.
Il primum movens di
questa vasta
gamma di
lavori
scientifici
fu il
sospetto che
questi
farmaci
potessero
essere in
grado di
indurre lo
sviluppo di
tumori, di
causare
aborti
spontanei ed
anomalie
congenite,
ed anche che
avessero un
potenziale
di
genotossicità
[1].
Gli
anestetici
volatili, i
cui effetti
sono stati
scrupolosamente
indagati,
sono l’alotano,
l’isoflurano
e il
sevoflurano.
3.1 ALOTANO
L’alotano,
pur essendo
stato ormai
sostituito
dal
sevoflurano
nella
pratica
anestesiologica
dei Paesi
Occidentali
per le sue
note
capacità di
determinare
importanti
danni
epatocellulari,
continua ad
essere
utilizzato
in molti
paesi [35].
La
letteratura
scientifica
si è
occupata
ampiamente
di ricercare
possibili
effetti
dell’alotano
sulle
cellule
tumorali e
sulle
cellule del
sistema
immunitario
deputate
alla difesa
dell’organismo
contro
l’insorgenza
del cancro e
di delineare
i termini di
un’eventuale
correlazione
tra
l’impiego di
questo
farmaco e
l’evoluzione
sfavorevole
della
malattia
neoplastica.
Già nel 1986
Katzav et
al. avevano
postulato
l’ipotesi
che l’alotano
potesse
accelerare
lo sviluppo
post–chirurgico
di
metastasi.
Sono giunti
a questa
conclusione
dopo aver
utilizzato
questo
farmaco
durante
l’escissione
chirurgica
di un
carcinoma
polmonare di
Lewis nel
topo, a
seguito
della quale
registrarono
una notevole
riduzione
dell’attività
delle
cellule
Natural
Killer [36].
Nel 1994
Waxler et
al. invece
studiarono
l’influenza
esercitata
dall’alotano
sull’inibitore
tissutale
delle
proteinasi,
sempre
nell’ambito
del tumore
polmonare
murino, e
dimostrarono
che, a
seguito
della
stimolazione
dell’attività
di questo
inibitore da
parte dell’alotano
in ossigeno,
si
verificava
un’inibizione
della
proliferazione
delle
cellule
tumorali
[37].
Molto
interessanti
sono gli
studi in
vitro,
risalenti ad
un periodo
più recente,
condotti da
Kvolik et
al., i quali
dimostrarono
che l’alotano,
messo a
confronto
con il
sevoflurano
e l’isoflurano,
aveva un
potenziale
effetto
antitumorale,
maggiore
rispetto
all’isoflurano
[1]. È stato
osservato
infatti che
sopprimeva
la crescita
di cellule
di carcinoma
laringeo (Hep–2),
nelle quali
è stata
registrata
una
riduzione
della
crescita del
67,7%
rispetto al
gruppo di
controllo,
di cellule
di carcinoma
del colon
(Caco – 2),
nelle quali
la riduzione
della
crescita
rispetto al
gruppo di
controllo
era del
76,3%, e di
cellule
scarsamente
differenziate
di metastasi
linfonodali
di carcinoma
del colon
(SW620), in
cui la
riduzione
rispetto ai
controlli
ammontava
addirittura
all’80,9%,
le quali
erano state
esposte all’alotano.
Ma questi
non furono
gli unici
risultati di
questo
studio.
Infatti
nelle
cellule
Caco–2
esposte ad
alotano, è
stato
registrato
un
decremento
della
sintesi di
DNA (
52,4%),
della
sintesi
dell’RNA
(39,2%) e
della
sintesi
proteica
(19,2%).
Nelle
cellule Hep–2
la sintesi
del DNA e
dell’RNA
erano
diminuite
rispettivamente
del 72,5% e
del 79,9%,
mentre la
sintesi
proteica
solo del 14%
rispetto ai
controlli.
Nelle
cellule
SW620 la
sintesi
proteica
dopo 4 h
dall’esposizione
all’alotano
era del
24.4%;
inoltre è
stata
osservata
una
frammentazione
del DNA
nelle
cellule
Caco–2 e
nelle
cellule di
carcinoma
pancreatico
(MIA PaCa-
2) [1]. Come
riscontrato
già in altri
studi, anche
l’attività
delle
cellule
Natural
Killer
veniva
influenzata
dall’alotano
e, sebbene
questo
effetto non
raggiungesse
una
significatività
statistica,
è stata
registrata
una
riduzione in
termini
quantitativi
delle
cellule NK
circolanti
nei ratti e
un
conseguente
incremento
delle
metastasi
polmonari o
la
ritenzione
di tumore
polmonare
MADB106 (che
è una
variante
selezionata
di cellule
ottenuta da
metastasi
polmonari di
adenocarcinoma
della
mammella
MADB100)
[4,38].
Inoltre
l’associazione
di blocco
spinale ed
anestesia
generale a
base di
alotano
attenua
marcatamente
(di circa il
70%), la
formazione
di metastasi
indotta
dalla
chirurgia
[39].
Anche
Valtcheva et
al. si sono
occupati
dell’alotano,
indagando i
suoi effetti
sulle
cellule di
carcinoma
polmonare
A549; essi
dimostrarono
che,
esponendo le
cellule in
questione a
concentrazioni
di alotano
uguali o
maggiori
dell’1,4
vol.%, si
otteneva
approssimativamente
la morte del
50% delle
cellule
[40].
A
concentrazioni
clinicamente
rilevanti l’alotano
inibisce, in
maniera
dose-
dipendente
l’attività
di pompa
della
Ca(2+)-
ATPase (PMCA)
in cellule
di origine
neurale ( in
cellule di
glioma C6,
in cellule
di
neuroblastoma
B104, in
cellule di
feocromocitoma
PC12, nei
ratti) [41].
Atcheson et
al. hanno
studiato gli
effetti di
un anestesia
a base di
alotano sul
rilascio di
noradrenalina
stimolato
dal K+ e dal
carbacolo e
l’aumento
correlato di
Ca2+
intracellulare
in una linea
di cellule
di
neuroblastoma
umano messa
in coltura (SH-
SY5Y).
I loro
risultati
hanno
dimostrato
che l’alotano
produce una
riduzione
dose-
dipendente
nel rilascio
di
noradrenalina
evocato dal
K+, (
riduzione
del 17%),
una
riduzione
degli
aumenti,
sempre
evocati dal
K+, nel Ca2+
intracellulare,
( riduzione
del 29%), la
formazione
di inositolo
trifosfato
[42,43].
Infine è
stata
evidenziata
in cellule
di carcinoma
epato-
cellulare da
Tatsuya et
al. una
reversibile
soppressione
dell’attività
del HIF- 1,
componente
principale
del pattern
di risposta
cellulare
all’ipossia
[3].
3.2
ISOFLURANO
Anche l’isoflurano
è stato
oggetto di
numerosi
studi, in
cui è stato
riscontrato
che esso è
in grado di
modificare,
al pari del
sevoflurano,
l’attività
di crescita
delle
cellule
tumorali in
una maniera
tempo
dipendente.
A differenza
degli altri
anestetici
inalatori,
l’isoflurano
non
determina
differenze
biologicamente
importanti
nella
crescita di
linee
cellulari
tumorali del
tipo Caco-2
e MIA
PaCa-2,
causa un
lieve
incremento
replicativo
delle linee
cellulari
tumorali del
tipo Hep-2,
e, dopo 2 h
di
esposizione,
un
altrettanto
moderato
incremento
proliferativo
e sottili
cambiamenti
nelle
attività
metaboliche,
rispettivamente,
delle linee
cellulari
del tipo MIA
PaCa-2 e
SW620 [1].
Alcuni
ricercatori
hanno
studiato le
eventuali
correlazioni
tra l’uso di
isoflurano e
le
modificazioni
nell’attività
delle
cellule
Natural
Killer.
Mitsuhata et
al. hanno
notato che
questo
farmaco
altera il
rilascio di
citochine da
parte delle
cellule NK
ed NK- like
in risposta
alle cellule
tumorali,
effetto
ascrivibile
anche al
sevoflurano
[44].
A differenza
di
quest’ultimo
invece, l’isoflurano
sembra che
raramente
sia in grado
di indurre
apoptosi,
anche se è
riportato in
letteratura
che, a
concentrazioni
clinicamente
rilevanti,
questo
anestetico
induce l’apoptosi,
altera i
meccanismi
di pro
cessazione
della
proteina
precursore
dell’amiloide
(APP) ed
aumenti la
produzione
di proteina
beta
amiloide in
una linea
cellulare di
neuro glioma
umano
[45,46].
La sua
azione di
promozione
dell’apoptosi
potrebbe
essere
spiegata
grazie
all’abilità
di questo
farmaco di
diminuire il
rapporto tra
fattori pro-
apoptotici e
fattori anti
– apoptotici,
ovvero
Bcl-2/ Bax,
chiamata in
causa per
motivare
l’induzione
di
citotossicità
mediata
proprio
dall’isoflurano
in cellule
di
feocromocitoma
PC12 murino
[47].
Altre azioni
dell’isoflurano
sono state
messe in
luce nella
letteratura
scientifica
sull’argomento:
ad esempio
Kuroda et
al., a
seguito dei
loro studi
su cellule
di
neuroblastoma
umano degli
effetti
dell’isoflurano
sul peptide
correlato al
gene della
calcitonina
( CGRP),
hanno
suggerito
che esso
inibisce la
vasodilatazione
indotta dal
CGRP.
Inoltre
incrementa
l’espressione
e l’attività
del
trasportatore
di tipo 3
del
glutammato
in cellule
di glioma
C6; in
particolare
esso aumenta
l’espressione
e l’attività
del
trasportatore
di tipo 3
degli
aminoacidi
eccitatori
[48,49].
Infine è
stato
riportato
che l’isoflurano
inibisce
l’attivazione
del fattore
di
trascrizione
nucleare kb
(NF- kb),
indotta dal
lipopolisaccaride
(LPS),
azione che
potrebbe
spiegare i
differenti
effetti
sulla
produzione
da parte dei
monociti di
tumor
necrosis
factor- alfa
(TNF- alfa)
e di
interleuchina
6 (IL- 6)
[50].
A tal
proposito Ke
et al. in un
loro studio
hanno
riscontrato
che nella
colecistectomia
eseguita per
via
laparotomica
una TIVA (a
base di
propofol e
remifentanil)
era in grado
di
sopprimere
la risposta
infiammatoria
dell’organismo
allo stress
chirurgico
in misura
significativamente
maggiore
rispetto ad
una tecnica
anestesiologica
inalatoria
bilanciata
con
isoflurano
[51].
3.3
SEVOFLURANO
Il
sevoflurano,
anestetico
volatile di
prima scelta
nell’odierna
anestesia
inalatoria,
presenta un
marcato
effetto
inibitorio,
di tipo
tempo
dipendente,
sulla
crescita di
molte linee
cellulari
tumorali
prese in
considerazione
da vari
ricercatori
e questo
potrebbe
costituire
un grande
vantaggio
nella
chirurgia
oncologica.
In
particolare
Kvolik et
al. hanno
dimostrato
che, nelle
cellule di
tipo Caco-2
e SW620, la
crescita è
significativamente
ridotta dopo
6 h di
esposizione
al
sevoflurano,
mentre nelle
cellule del
tipo Hep-2
la crescita
è favorita
nelle prime
2h di
esposizione
e, poi,
significativamente
ridotta [1].
Sebbene fino
a due anni
fa si
ritenesse
che il
sevoflurano
non
esercitava
alcun
influenza
sull’apoptosi,
dal momento
che il
rapporto
Bcl-2/Bax
non subiva
alcuna
modifica
nelle linee
cellulari
del tipo
PC12 o di
neuroni
corticali
primari, a
seguito
dell’esposizione
a questo
farmaco
[1,47],
Kvolik et
al. hanno
dimostrato
che il
sevoflurano
è in grado
di indurre
un’apoptosi
tardiva
nelle
cellule di
tipo Caco-2
ed Hep-2.
Essi hanno
esposto
questi due
tipi di
cellule ad
una miscela
di gas
contenente
sevoflurano
al 3%, per
periodi di
tempo sia di
1h che di 2
h, ed hanno
cercato di
determinare
l’effetto di
una singola
esposizione
di cellule
di carcinoma
(Caco-2;
Hep-2) a
questa
miscela di
gas
anestetici
sull’induzione
dell’apoptosi,
sull’espressione
di geni pro-
apoptotici e
sull’attività
delle
sfingomielinasi
( enzimi
deputati
alla
digestione
della
sfingomielina
delle
membrane
cellulari,
con
produzione
di
ceramide,
lipide che
funge da
secondo
messaggero
in due
differenti
situazioni:
il
differenziamento
cellulare e
la morte
cellulare
programmata
o apoptosi).
Essi hanno
dimostrato
che i
livelli di
p53 e
caspasi-3
sono
aumentati e
che
l’attività
delle
sfingomielinasi
acide e
neutre erano
diminuite
nelle
cellule del
tipo Caco-2
24 h
dall’esposizione
alla miscela
di gas
contenente
sevoflurano
al 3% [52].
Per quanto
riguarda gli
effetti del
sevoflurano
sulla
funzione
immunitaria,
è stato
riscontrato
che esso
inibisce il
rilascio di
IL-1 beta e
di TNF- alfa
da parte
delle
cellule NK
ed NK- like
e che
sopprime la
funzione
tumoricida
delle
cellule
mononucleate
del fegato,
effetto che
è stato
visto essere
notevolmente
attenuato
dall’associazione
del
sevoflurano
con un
blocco
spinale, che
preserverebbe
l’equilibrio
delle
citochine
prodotte dai
linfociti
Th1/Th2 in
senso
protettivo
contro
l’insorgenza
di metastasi
[44,53].
3.4
PROTOSSIDO
DI AZOTO
Il
protossido
di azoto è
un agente
anestetico
debole, che
in anestesia
generale
viene spesso
utilizzato
in
combinazione
con altri
anestetici
volatili
potenti,
come il
sevoflurano,
il
desflurano,
l’isoflurano
o l’alotano,
i cui
effetti sul
cancro sono
stati
oggetto di
numerosi
studi.
Anche per
questo
anestetico
il punto di
partenza che
ha suscitato
l’interesse
della
comunità
scientifica
internazionale
è stato il
sospetto che
il
protossido
di azoto
potesse
indurre
l’insorgenza
di tumori o
di anomalie
congenite
nel
personale
sanitario,
che,
cronicamente,
risultava
esposto a
questo.
Tra i primi
ricercatori
che si
occuparono
di questo
argomento,
Coate et al.
hanno
cercato di
testare
l’ipotesi di
partenza,
ovvero di
verificare
se una
prolungata
esposizione
di ratti a
basse
concentrazioni
di
protossido
di azoto, in
combinazione
con
un’altrettanto
bassa quota
di alotano,
potesse
avere un
qualche
effetto
sullo
sviluppo di
tumore, con
particolare
riguardo al
sistema
reticolo–endoteliale.
Tuttavia i
risultati
non
fornirono
alcun
supporto a
questa tesi
[54].
Successivamente
Kano et al.
hanno
constatato
che il
protossido,
da solo, od
in
combinazione
con la
metionina o
il
metotrexate,
potrebbe
essere un
valido
supporto nel
trattamento
del cancro,
grazie agli
effetti
sinergici
che questi
farmaci
hanno
dimostrato
di avere
sulla
deplezione
dei folati
[55].
In loro
studi
condotti su
ratti
affetti da
leucemia,
Kroes AC et
al. hanno
constatato
che l’N2O
inattiva la
metionina
sintetasi,
enzima
vitamina B12
dipendente,
determinando
un deficit
del
metabolismo
dei folati e
riducendo la
proliferazione
cellulare,
fattore
condizionante
per
l’espansione
della massa
leucemica
[56,57].
Per quanto
riguarda
invece le
possibili
correlazioni
tra l’uso di
N2O e la
funzionalità
del sistema
immunitario,
Katzav et
al.,
prendendo in
esame dei
ratti,
sottoposti
ad
intervento
chirurgico
per tumore
polmonare di
Lewis, hanno
notato che
l’N2O non
sembrerebbe
avere alcun
effetto
sulle
cellule NK
e, quindi,
non sarebbe
potenzialmente
in grado di
causare ed
accelerare
il fenomeno
di
insorgenza
post –
chirurgica
di metastasi
[36].
A conferma
di questi
dati,
Griffith et
al. hanno
riscontrato
che
l’esposizione
a
concentrazioni,
comunemente
utilizzate
nella
pratica
clinica, di
alotano e
protossido
non esercita
alcuna
influenza
sulla
risposta
immunitaria
messa in
atto dai
linfociti
Natural
Killer
in pazienti
affetti da
patologie
neoplastiche
benigne e
maligne
della
mammella
[58].
Più volte si
è fatto
cenno al
fatto che
alcuni
anestetici
deprimono le
difese
immunitarie
a vari
livelli, ma
delucidare
gli effetti
del
protossido,
in tal
senso,
sembra
essere più
problematico
che per gli
altri agenti
anestetici.
Edith
Fleischmann
et al. hanno
testato
l’ipotesi,
secondo la
quale il
rischio di
ricorrenza
di cancro
colon–rettale
è aumentato
a seguito
della
somministrazione
di
protossido
durante
l’intervento
chirurgico
di resezione
del tumore
primitivo
del colon –
retto. Essi
hanno
condotto un
follow – up,
dal quarto
all’ottavo
anno
dall’intervento
chirurgico,
di 204
pazienti con
cancro colo
– rettale,
che erano
stati
assegnati in
maniera
randomica a
ricevere N2O
al 65%,
equilibrati
con
isoflurano e
remifentanil.
Tuttavia
essi hanno
constatato
che i rischi
di
ricorrenza
di cancro
colo –
rettale nei
due gruppi
non erano
significativamente
differenti
[59].
Qualche
tempo dopo
Ermens et
al., in uno
studio
clinico su
pazienti
trattati per
carcinoma
della
mammella,
hanno
evidenziato
come
l’impiego di
questo gas,
poco prima o
durante la
somministrazione
di
metotrexate,
dovrebbe
essere
evitato
perché
aumenta la
citotossicità
di questo
chemioterapico
con
un’importante
mielo –
soppressione
e danno
mucosale
[60].
Questi
stessi
autori hanno
suggerito
inoltre che
l’uso
combinato di
protossido,
la cui
attività
anti-cobalaminica
è stata da
diversi
autori messa
in luce, e
di un agente
antifolico
potrebbe
costituire
un approccio
chemioterapico
promettente
con un
significativo
potenziale
anti–leucemico,
che
determinerebbe
un ritardo
nell’infiltrazione
del midollo
osseo da
parte delle
cellule
leucemiche
[61,62].
Anche gli
effetti di
questo gas
sulla
mobilitazione
del Ca2+
intracellulare
e sul
potenziale
di membrana
in una linea
cellulare di
neuroblastoma
umano, di
tipo SK-N-SH,
sono stati
ampiamente
esaminati.
Il
protossido
sembrerebbe
sopprimere
l’aumento,
indotto dal
carbacolo,
del Ca2+
citosolico
libero, che
gioca un
ruolo
fondamentale
nell’iniziazione
e nella
regolazione
di molti
processi
neuronali,
tramite
l’attività
di scambio
Na+/Ca2+
[63].
Un altro
aspetto, che
recentemente
è stato
analizzato,
è
rappresentato
dall’effetto
del
protossido,
come di
altri
anestetici,
sull’espressione
di molecole
di adesione
alle cellule
endoteliali,
indotta dal
TNF- alfa.
È stato
riscontrato
che il
protossido
non ha alcun
effetto
sull’espressione
dell’E-selettina,
indotta dal
TNF-alfa,
mentre
questo
agente
anestetico è
in grado di
indurre un
decremento
nell’attività
trascrizionale
del fattore
NK-kb,
indotta dal
TNF- alfa.
Questa
evidenza
mette in
luce un
potenziale
effetto
protettivo
di questo
gas
anestetico
verso il
danno
cellulare
endoteliale,
indotto dal
TNF- alfa
[64].
4. IL RUOLO
DEGLI
ANESTETICI
ENDOVENOSI
NELLA
RECIDIVA DI
CANCRO
L’anestesia
endovenosa
costituisce
una tecnica
estesamente
impiegata
sia nella
chirurgia
oncologica
sia nelle
unità di
terapia
intensiva
per il
trattamento
di
stabilizzazione
e
mantenimento
di pazienti
critici nel
periodo
post-
operatorio.
Negli ultimi
anni l’uso
sempre più
ricorrente
di questi
agenti
anestetici
ha suscitato
notevole
interesse
nella
letteratura
scientifica
internazionale,
che ne ha
fatto
oggetto di
intenso
studio, in
particolare
al fine di
individuare
e delineare
eventuali
effetti
potenziali
degli
anestetici
endovenosi
sul tessuto
neoplastico.
4.1 PROPOFOL
Il propofol
è un
ipnotico
endovenoso
ampiamente
utilizzato
per
l’induzione
dell’anestesia
generale,
talvolta per
il
mantenimento
e, nelle
unità di
terapia
intensiva
per la
sedazione di
pazienti
intubati e
sottoposti a
ventilazione
meccanica.
Nel capitolo
degli
anestetici
volatili è
emerso che
quei
farmaci, che
presentano
un effetto
inibitorio
sulla
recidiva di
malattia
neoplastica
in
determinate
condizioni
ed in alcuni
modelli in
vitro ed in
vivo,
esercitavano
quest’azione
protettiva
prevalentemente
inibendo la
capacità o
riducendo la
velocità di
crescita di
alcune linee
cellulari
tumorali, in
maniera
tempo-dipendente.
Il propofol
invece
sembrerebbe
agire
sull’attività
di invasione
delle
cellule
tumorali e
non sulla
loro
crescita
[2].
Infatti
numerosi
studi che
sono stati
condotti in
questi anni
hanno
evidenziato
come questo
farmaco, a
concentrazioni
clinicamente
rilevanti
sia in grado
di inibire
la capacità
di invasione
di cellule
tumorali
umane,
attraverso
la
modulazione
della
proteina Rho
A [2].
Mammoto et
al., in un
modello
murino,
hanno
osservato
che il
propofol, a
seguito di
un’infusione
dello stesso
di 40 mg/ kg
al giorno,
per 4
settimane,
previene lo
sviluppo di
metastasi
polmonari di
cellule
tumorali,
delle quali
inibisce il
potenziale
invasivo.
Questo è un
risultato
senza dubbio
significativo,
anche se non
è rilevante
da un punto
di vista
strettamente
clinico, dal
momento che
questo
modello
animale non
può essere
associabile
a quello
umano in
termini di
dosaggio e
di durata
della
somministrazione
del farmaco
[2].
Nonostante
ciò, a
conferma del
risultato
positivo
dello studio
suddetto,
Kuscida et
al. hanno
riscontrato
che questo
anestetico
esercita
un’influenza
positiva
sulle
cellule del
sistema
immunitario
deputate
alla difesa
antitumorale
[]. Infatti,
sempre in un
modello
murino,
hanno notato
che, a
differenza
di altri
anestetici,
il propofol
non altera
l’attività
delle
cellule
Natural
Killer, né
aumenta la
ritenzione
di cellule
tumorali
polmonari
del tipo
MADB106 o
l’evenienza
di metastasi
[4].
Siddiqui et
al. hanno
sintetizzato
e purificato
due nuovi
coniugati
del propofol,
propofol –
decosaexanoato
( propofol –
DHA) e
propofol –eicosapentanoato
(propofol–EPA),
dei quali
hanno
valutato e
specificato
una
peculiare
caratteristica,
ovvero
quella di
possedere
proprietà
antitumorali.
Essi hanno
soffermato
la loro
attenzione
sull’azione
di questi
due
coniugati
del propofol
su cellule
di tumore
della
mammella.
Hanno
osservato
che il
propofol –
DHA ed il
propofol –
EPA
inibiscono
in maniera
significativa
la capacità
di adesione
di queste
cellule
tumorali (15
– 30 %) e il
loro
potenziale
di
migrazione
(50 %);
inoltre
hanno notato
che questi
due composti
sono in
grado di
indurre l’apoptosi
di queste
cellule.
Pertanto,
anche se non
sono
considerati
come facenti
parte della
categoria
dei farmaci
anestetici e
non vengono
dunque
utilizzati
per
l’anestesia
generale,
potrebbero
rappresentare
un presidio
utile nel
trattamento
del tumore
della
mammella
[65].
Tuttavia, a
fronte di
questi studi
incoraggianti,
un altro
gruppo di
ricerca,
rappresentato
da Garib V.
et al., a
seguito dei
propri studi
su cellule
di carcinoma
della
mammella del
tipo MDA –
MB – 468, è
pervenuto a
conclusioni
diverse.
Essi infatti
hanno notato
che queste
cellule,
esposte ad
anestetici
endovenosi,
come il
propofol,
incrementano
notevolmente
la loro
capacità di
migrazione
(85 %
circa);
Garib V. et
al. hanno
motivato
questo
risultato
chiamando in
causa
l’attivazione
dei
recettori
GABA – A da
parte del
propofol
[66,67].
Una volta
presi in
esame gli
studi
riguardanti
le azioni
esercitate
dal propofol
su cellule
tumorali di
vario tipo,
non si può
prescindere
da una
discussione
a proposito
degli
effetti che
questo
anestetico
endovenoso
sembrerebbe
avere sulle
cellule del
sistema
immunitario
e sul
rilascio da
parte di
queste
ultime di
citochine,
che mediano
la risposta
infiammatoria
dell’organismo
contro le
neoplasie.
I risultati
sul tema in
questione
sono
alquanto
discordanti,
poiché
alcuni
propendono
per una
soppressione
del sistema
immunitario,
altri per un
aumento
della
funzionalità
di questo,
mediata dal
propofol.
Shibakawa et
al. hanno
condotto uno
studio
riguardo gli
effetti del
propofol
sulla
risposta
infiammatoria
di cellule
gliali
native, dai
quali è
emerso che
questa
agente
anestetico
non esercita
alcuna
influenza
sulle
produzione
di ossido
nitrico o di
Tumor
Necrosis
Factor –
alfa,
protagonisti
dei processi
neurodegenerativi
acuti e
cronici
[68].
Nonostante
questi
riscontri,
in un altro
studio,
condotto da
Ke et al., è
risultato
che, durante
una
colecistectomia,
eseguita con
tecnica
open,
un’anestesia
totalmente
endovenosa (TIVA),
a base di
propofol e
remifentanil,
sopprimeva
la risposta
infiammatoria
dell’organismo
allo stress
chirurgico
in misura
maggiore
rispetto ad
un
protocollo
anestesiologico
inalatorio
bilanciato,
utilizzando
l’isoflurano.
Prova
tangibile di
questa
conclusione
è stata la
misurazione
dei livelli
delle
principali
citochine
pro –
infiammatorie
al termine
dell’intervento
chirurgico
e, quindi,
dell’anestesia:
infatti è
stato
evidenziato
che i
livelli di
TNF–alfa,
IL–6 ed
IL–10 erano
significativamente
più bassi
nel gruppo
di pazienti
trattati con
propofol/remifentanil,
rispetto al
gruppo
trattato con
isoflurano
[51].
È noto che
l’attivazione
e la
differenziazione
delle
cellule T-
helper
costituisce
una tappa
fondamentale
nella
risposta
immunitaria
antitumorale
ed
antinfettiva
peri-
operatoria.
Ren XF et al
si sono
prefissati
come
obiettivo
proprio
quello di
valutare se
il propofol
stimola
l’attivazione
e la
differenziazione
di queste
cellule,
selezionando
un campione
di pazienti
affetti da
carcinoma
polmonare
non-a
piccole
cellule, per
il quale
dovevano
essere
sottoposti
ad
intervento
di
lobectomia.
I pazienti
sono stati
scelti in
maniera
random
per ricevere
propofol o
isoflurano
durante
l’intervento
chirurgico.
Essi
eseguirono
dei prelievi
seriati dopo
l’intervento,
dai quali è
emerso che i
livelli di
CD4(+);
CD28(+) e di
IFN- gamma
ed IL-4
erano tutti
aumentati
nel gruppo
di pazienti
trattati con
il propofol;
invece nel
gruppo di
soggetti cui
era stato
somministrata
un’anestesia
a base di
isoflurano
non è stato
evidenziato
alcun
cambiamento.
Invece i
livelli di
cortisolo
erano
aumentati
nel gruppo
trattato con
isoflurano e
non in
quello
ricevente
un’anestesia
a base di
propofol.
Alla luce di
questi
risultati
essi hanno
concluso che
il propofol
esercita
un’influenza
positiva sui
linfociti T-
helper
durante il
periodo peri
-
operatorio,
dal momento
che è in
grado di
stimolarne
l’attivazione
e la
differenziazione
[69].
Infine
Brasil et
al. hanno
dimostrato
che il
propofol
possiede
anche un
elevato
potere
antiossidante
nella
pratica
anestesiologica;
infatti è
stato
osservato
che la
somministrazione
di questo
agente
previene lo
stress
ossidativo,
l’attivazione
di NF–kb e
l’iper–
espressione
dell’ossido
nitrico
sintetasi
inducibile (i-NOs),
nei fegati
di ratto
esposti ad
alotano.
Pertanto
essi
giunsero
alla
conclusione
che il
propofol,
grazie alla
sua capacità
di bloccare
la
produzione
di
metaboliti
tossici,
potrebbe
essere utile
come
trattamento
preventivo
dello
sviluppo di
danno
epatocellulare
indotto
dall’alotano
[35].
4.2 ETOMIDATE
L’etomidate
è un agente
anestetico
endovenoso a
breve durata
d’azione,
utilizzabile
per
l’induzione
nell’anestesia
generale e
come
sedativo in
procedure
brevi.
Sikand et
al. hanno
condotto uno
studio in
vitro su
cellule di
neuroblastoma
umano del
tipo SH-
SY5Y, nel
quale hanno
preso in
esame gli
effetti di
questo
agente
anestetico
sul rilascio
di
noradrenalina,
evocato dal
K+ e dal
carbacolo, e
su [Ca2+].
Essi hanno
dimostrato
che l’etomidate
inibiva il
rilascio di
noradrenalina,
evocato dal
carbacolo,
senza
influire
sull’aumento
correlato di
[Ca2+];
pertanto
Sikand et
al. hanno
suggerito
che questo
agente
anestetico
può
esercitare
effetti
anche sul
recettore
muscarinico
e
sull’intero
apparato
secretorio
di queste
cellule
[70].
Absalom et
al. hanno
portato
avanti un
trial
clinico
controllato
randomizzato,
nel quale
hanno
cercato di
stabilire se
singole dosi
di etomidate
potessero
interferire
sulla
sintesi
cortico –
surrenalica
di cortisolo
per almeno
24 h. Essi
hanno
dimostrato
che una
sedazione
prolungata a
base di
questo
anestetico
era
associata
con bassi
livelli
plasmatici
di cortisolo
e con un
aumento
della
mortalità.
Pertanto,
considerando
che l’etomidate
era in grado
di inibire
la
steroidogenesi
surrenalica,
Absalom et
al. hanno
suggerito
che, in
pazienti
selezionati,
ai quali
viene
somministrato
l’etomidate,
dovrebbe
essere presa
in
considerazione
l’ipotesi di
una
profilassi a
base di
corticosteroidi
[71,72].
In anni più
recenti
Garib et al.
hanno
studiato in
vitro
l’influenza
diretta
dell’etomidate
sulla
migrazione
di cellule
di carcinoma
della
mammella del
tipo
MDA-MB-468,
confrontando
questo
anestetico
con il
propofol e
la
lidocaina.
Essi hanno
osservato
che il
propofol e
la lidocaina
determinavano
un
incremento
sia della
capacità che
della
velocità di
migrazione
di queste
cellule,
mentre l’etomidate
non sembrava
influire sul
numero di
cellule in
migrazione
[67].
Inoltre non
ci sono
evidenze
scientifiche
che
supportino
un’eventuale
capacità
dell’etomidate
di favorire
la
progressione
neoplastica,
attraverso
la
soppressione
dell’attività
delle
cellule
immuni.
4.3 KETAMINA
La ketamina
è un farmaco
che dà
un’anestesia
generale
dissociativa.
Gli effetti
di questo
agente
anestetico
sul cancro
sono stati
ben
indagati.
Melamed et
al. hanno
descritto
gli effetti
della
ketamina
sulla
ritenzione
di tumore
polmonare,
sul numero e
sull’attività
di cellule
NK, sulle
metastasi
delle
cellule
tumorali del
tipo
MADB106.
Essi hanno
osservato
che la
ketamina
riduceva
l’attività
delle
cellule NK
circolanti
ed aumentava
sia la
ritenzione
sia le
metastasi di
tumore
polmonare.
Questo
effetto
veniva
marcatamente
ridotto dal
pre –
trattamento
con
antagonisti
beta–adrenergici,
tipo
nadololo, o
dalla
somministrazione
cronica di
piccole dosi
di un immuno–stimolatore,
tipo acido
poliriboinosinico–poliribicitidilico
[4].
Anche Katzav
et al.,
qualche anno
prima,
avevano
riscontrato
che l’uso di
ketamina,
durante
l’escissione
chirurgica
di carcinoma
polmonare di
Lewis,
determinava
una
riduzione
dell’attività
delle
cellule NK,
che
regrediva
dopo
trattamento
con acido
poli-
inosinico;
poli –
citidilico,
potente
stimolatore
delle
cellule NK
[36].
Tuttavia,
contrariamente
a questi
risultati,
Bentley et
al. hanno
suggerito
che l’uso di
ketamina, a
basse dosi,
in
particolare
in soggetti
di sesso
femminile,
potrebbe
essere un
presidio
benefico per
la gestione
del dolore
postoperatorio
dopo
chirurgia
oro -
maxillo –
facciale,
dal momento
che riduce
il rischio
di metastasi
tumorali,
attraverso
la
soppressione
dell’attività
delle
cellule
Natural
Killer [73].
Un altro
aspetto
ampiamente
analizzato è
quello della
ketamina
sulle
risposte
infiammatorie.
Gli studi
condotti da
Chang Y et
al. e
Takenaka I
et al.
mostrano che
questo
agente
anestetico
presenta
un’azione
antinfiammatoria
su varie
cellule del
sistema
immune, come
i macrofagi
e i
leucociti
periferici,
stimolati
con LPS in
vitro ed in
vivo
[74,75].
Shibakawa et
al. hanno
dimostrato
che dosi
clinicamente
rilevanti di
ketamina
possono
sopprimere
alcune
risposte
infiammatorie
in astrociti
e cellule
della
microglia
trattate con
LPS,
inibendo la
produzione
di PGE2
negli
astrociti e
riducendo la
produzione
di TNF –
alfa in
astrociti,
cellule
della
microglia e
cellule
gliali
[68,76].
Danielian et
al. si sono
concentrati
sugli
effetti
della
ketamina sui
processi di
idratazione
di cellule
ghiandolari
normali e
cancerose,
ed hanno
dimostrato
che il
contenuto di
acqua delle
cellule
tumorali
aumentava, a
seguito
dell’incubazione
di queste
con una
soluzione
anestetica
contenente
ketamina, e
che questo
anestetico,
somministrato
a dosi sub –
narcotiche,
esercitava
un’azione
selettiva
sulle
cellule
tumorali
[77,78].
4.4 TIOPENTALE
In numerosi
studi è
stato
osservato
che il
tiopentale,
agente
anestetico
delle
categoria
dei
barbiturici,
inibisce le
risposte del
sistema
immunitario
[79,80].
Duncan et
al. hanno
mostrato
come il
tiopentale
inibisce, in
maniera dose
–
dipendente,
le cellule
del sistema
immunitario
deputate
all’eliminazione
delle
cellule
tumorali
[81]. Essi
infatti
hanno
analizzato
in vitro gli
effetti di
questo
agente
anestetico
sull’abilità
dei
leucociti di
“uccidere”
le cellule
cancerose,
incubando
cellule
tumorali del
tipo YAAC-1,
marcate con
il Cr51,
ottenute
dalle cavità
peritoneali
di topi
bianchi
singenici A/JAX,
con
leucociti
immunizzati
provenienti
dalle cavità
peritoneali
di topi neri
allogenici
del tipo
C57.
L’inibizione
della
citotossicità,
mediata dal
tiopentale,
è risultata
alquanto
significativa
[81].
Lovett et
al. hanno
dimostrato
come una
singola dose
di
tiopentale
aumentava la
mediana di
crescita di
un
fibrosarcoma
murino
singenico,
indotto dal
3-
metilcolantrene,
in topi
C57B1/6,
alterando
l’immunità
cellulo –
mediata
[82].
Uniformemente
a questi
risultati,
Melamed et
al., con i
loro studi,
hanno
confermato
che il
tipopentale
riduce
significativamente
l’attività
delle
cellule
Natural
Killer ed
aumenta la
ritenzione
di tumore
polmonare
del tipo
MADB106 o lo
sviluppo di
metastasi
[4].
L’azione
inibitoria
esercitata
dal
tiopentale
riguarda
anche la
produzione
di Tumor
Necrosis
Factor- alfa
e
l’attivazione
del NF- kb
indotta dal
LPS; questo
è stato
osservato da
Chiyama et
al., in un
loro studio
in vitro,
condotto su
cellule di
glioma umano
A-172 [83].
A tal
proposito
Loop et al.
hanno
dimostrato
che
l’inibizione
del NF- kb è
dovuta alla
soppressione
dell’attività
della
chinasi IkB,
almeno in
parte
mediata da
questo
barbiturico,
ed in
particolare
non è
riferibile
alla
stimolazione
del
recettore
GABA [84].
Infine
Lambert DG
et al. hanno
constatato
che il
tiopentale
inibisce il
rilascio di
noradrenalina,
sia evocato
dal K+ sia
dal
carbacolo,
causa
un’inibizione
non
competitiva
del flusso
di Ca2+
stimolato
dal K+,
inibisce
l’aumento
delle
concentrazioni
di Ca2+
intracellulare
stimolato
dal
carbacolo e
non ha
effetti
sulla
formazione
dell’inositolo
trifosfato,
stimolato
dal
carbacolo;
questo
studio è
stato
effettuato
su una linea
cellulare di
neuroblastoma
umano, SH-
SY5Y [85].
5. EFFETTI
DELL’ANALGESIA
CON OPPIACEI
SUL CANCRO
Il
trattamento
del dolore
nei pazienti
oncologici
costituisce
un presidio
di
fondamentale
importanza,
sia perché
migliora la
qualità di
vita di
questi
pazienti,
sia perché
ne aumenta
la
compliance
terapeutica
in senso
generale.
Molti autori
hanno
cercato di
capire in
che modo i
farmaci
analgesici,
utilizzati
nel periodo
peri –
operatorio,
possono
influire
sull’outcome
a lungo
termine di
soggetti,
che si
sottopongono
ad
intervento
chirurgico
di resezione
tumorale.
Numerosi
studi sono
stati
portati
avanti,
infatti, per
chiarire gli
effetti di
vari farmaci
analgesici,
prevalentemente
di quelli
che
appartengono
alla
categoria
degli
oppiacei,
sul sistema
immunitario
dei pazienti
affetti da
malattia
neoplastica
e sulla loro
recidiva
post –
chirurgica.
In tempi
recenti sono
comparsi
nella
letteratura
scientifica
un’ampia
varietà di
articoli,
riguardanti
studi
condotti per
definire il
ruolo che
l’analgesia
loco –
regionale
ricopre nel
delicato
periodo peri
– operatorio
di questa
tipologia di
pazienti e
di valutare
se, rispetto
all’analgesia
a base di
oppiacei,
questa
potesse
avere un
effetto
protettivo
in termini
di rischio
di recidiva
di cancro, a
distanza di
tempo
dall’intervento
chirurgico.
Gli oppiacei
rappresentano
un efficace
presidio
terapeutico
per il
trattamento
di vari
gradi di
dolore, in
tutti gli
stadi
dell’evoluzione
della
malattia
neoplastica.
Page GG et
al. hanno
osservato
che nei
ratti esiste
una chiara
correlazione
tra il
dolore del
periodo post
– operatorio
ed il
successivo
sviluppo di
metastasi
[86]. Questo
fu il punto
di partenza
verso la
consapevolezza
che
un’adeguata
gestione del
dolore nei
pazienti
oncologici
costituisce
un fattore
critico per
la
prevenzione
della
deficienza
della
resistenza
immunitaria
contro la
disseminazione
tumorale,
indotta
dallo stress
chirurgico.
Tuttavia, a
fronte del
loro
consolidato
potere
analgesico,
gli oppiacei
possono
causare
numerosi
eventi
avversi, non
tutti
chiaramente
delucidati,
e sono in
grado di
interferire
negativamente
sulla
funzionalità
del sistema
immunitario.
L’esatta
definizione
di tutti i
loro
effetti, in
particolare
di quelli
legati al
cancro,
potrebbe
consentire
di
individuare
quale sia
l’approccio
terapeutico
ideale, dal
punto di
vista
dell’analgesia,
per arginare
le
possibilità
di
diffusione
metastatica
post-chirurgica
delle
cellule
tumorali, a
partenza dal
sito
primitivo.
5.1 FENTANYL
Il fentanyl
è un
oppioide
dotato di
una potenza
analgesica
ottanta
volte
superiore a
quella della
morfina.
Questo
farmaco
sembrerebbe
avere degli
effetti
benefici nel
trattamento
del dolore
osseo di
tipo
neoplastico.
Infatti in
un modello
murino è
stato
riscontrato
che la
ripetuta
somministrazione
di dosi
equivalenti
di fentanyl
e morfina,
al primo ed
al settimo
giorno
dall’inoculazione
di cellule
tumorali
nelle cavità
femorali dei
topi presi
in esame,
determina
una
consistente
riduzione
della
sintomatologia
algica di
questi e
della
distruzione
ossea,
causata
dalla
crescita
della massa
neoplastica.
Con i loro
studi,
dunque, El
Mouedden et
al. hanno
suggerito
che il
fentanyl,
oltre a
possedere le
già note
proprietà
antidolorifiche,
presentava
anche una
potenzialità
terapeutica
per le
lesioni
ossee
indotte
dalle
cellule
cancerose,
in attiva
replicazione
[87,88].
Shavit et
al. hanno
studiato
invece gli
effetti
esercitati
da
differenti
dosi di
fentanyl,
somministrate
in momenti
diversi
rispetto
all’inoculazione
delle
cellule
tumorali,
sulla
citotossicità
delle
cellule
Natural
Killer e su
metastasi
tumorali
sperimentali.
Essi hanno
sperimentato
che il
fentanyl,
utilizzato a
dosi
intermedie,
sopprime la
citotossicità
delle
cellule NK
ed aumenta
la
ritenzione
del tumore
polmonare di
tipo
MADB106,
incrementando
di
conseguenza
il rischio
di sviluppo
di metastasi
[89]. La
somministrazione
di elevati
dosaggi di
fentanyl,
così come di
quelli
intermedi,
sopprime la
funzione
immunitaria
in misura
maggiore
rispetto ai
dosaggi
minimi.
A tal
proposito Li
et al. hanno
analizzato
le
conseguenze
della
somministrazione
di minimi e
massimi
dosaggi di
questo
oppioide,
impiegate in
corso di
interventi
chirurgici
su pazienti
affetti da
tumore
dell’esofago,
in
associazione
ad
un’anestesia
generale,
sulle
sottopopolazioni
dei
T-linfociti
e delle
cellule NK
di questi
stessi
soggetti
[90]. Essi
hanno
constatato
che la
citotossicità
delle
cellule NK
ritornava ai
livelli
fisiologici
al secondo
giorno
post-operatorio,
nei pazienti
trattati con
bassi
dosaggi di
fentanyl,
mentre
risultava
fortemente
soppressa
per diversi
giorni dopo
l’intervento,
nei pazienti
che avevano
ricevuto
elevati
dosaggi del
farmaco.
Questi
riscontri
indicano che
massicce
dosi di
fentanyl
causano una
prolungata
soppressione
dell’attività
delle
cellule NK,
che, a sua
volta,
potrebbe
avere un
impatto
negativo
sull’outcome
a lungo
termine dei
pazienti
oncologici
[91,92].
Forget P et
al.,
consapevoli
che la
risposta
dell’immunità
cellulo-mediata
varia
notevolmente
nel periodo
peri-operatorio,
hanno voluto
valutare gli
effetti del
fentanyl,
confrontandoli
con quelli
della
ketamina e
della
clonidina,
in momenti
diversi del
periodo
post-operatorio
ed in
animali di
età
differente (
giovani vs
anziani).
Ratti
sottoposti a
laparotomia
in anestesia
generale, a
base di
sevoflurano,
sono stati
selezionati
per ricevere
soluzione
fisiologica,
fentanyl, o
clonidina, o
ketamina,
un’ora prima
dell’intervento
chirurgico.
L’attività
delle
cellule NK è
stata
quantificata
immediatamente
dopo la
somministrazione
del farmaco,
a 18, 24,
48, 72 h ed
8 giorni,
attraverso
la lisi di
una linea
cellulare di
tipo YAC-1,
di linfoma
murino.
Inoltre è
stato
valutato il
numero di
metastasi
polmonari,
indotte da
cellule del
tipo
MADB106.
Nelle prime
24 h
successive
all’intervento
chirurgico è
stato
registrato
un rapido
incremento
dell’attività
delle
cellule NK,
seguito da
una
significativa
depressione,
con
ripristino
della
funzionalità
all’ottavo
giorno
post-operatorio.
Essi hanno
riscontrato
che il
fentanyl
esercita
l’influenza
peggiore,
rispetto
alla
ketamina ed
alla
clonidina,
sull’attività
delle
cellule NK,
pur essendo,
similmente
agli altri
due farmaci,
protettivo
verso lo
sviluppo di
metastasi.
Inoltre
l’età degli
animali
presi in
esame
costituiva
un fattore
prognostico
negativo
[93].
In generale
è possibile
affermare
che il
fentanyl non
previene
l’immunosoppressione,
indotta
dallo stress
chirurgico,
nei pazienti
affetti da
neoplasie
[92,94,95].
Anche gli
effetti di
questo
agente
anestetico
sul rilascio
di
noradrenalina,
in cellule
di
neuroblastoma
umano di
tipo
SH-SY5Y,
sono stati
oggetto di
ricerca.
Atcheson et
al. hanno
dimostrato
che il
fentanyl è
in grado di
produrre una
significativa
inibizione,
concentrazione
dipendente,
del rilascio
di
noradrenalina
[96].
5.2
REMIFENTANIL
È un
oppioide ad
azione
ultrarapida,
impiegato in
particolar
modo in
corso di
procedure
neurochirurgiche.
La
letteratura
scientifica
è povera di
studi
riguardanti
gli effetti
di questo
anestetico
sul cancro.
Tuttavia, i
pochi
risultati
disponibili
sull’argomento
evidenziano
come il
remifentanil,
utilizzato
con il
propofol in
un’anestesia
totalmente
endovenosa (TIVA),
sembra avere
la
potenzialità
di
sopprimere
la risposta
infiammatoria
indotta
dalla
chirurgia,
in misura
maggiore
rispetto ad
un’anestesia
inalatoria,
a base di
isoflurano
[51].
Per quanto
concerne
invece
l’influenza
esercitata
dal
remifentanil
sull’attività
delle
cellule NK,
responsabili
della
sorveglianza
antitumorale,
è stato
notato che
questo
farmaco
riduce il
numero delle
cellule NK e
determina un
incremento
dei
neutrofili
[97].
Nonostante
questo
riscontro,
in uno
studio
successivo,
portato
avanti da
Jaeger et
al., è stato
evidenziato
che il
remifentanil,
pur
determinando,
alla luce
dei
risultati
dello studio
succitato,
un aumento
dei
polimorfonucleati,
non esercita
alcuna
influenza
sulla
“respiratory
burst” dei
neutrofili
[98].
5.3
SUFENTANIL
È un
oppioide
sintetico
con una
potenza
analgesica
5-10 volte
superiore a
quella del
fentanil,
adoperato
nelle
procedure
per le quali
è necessario
un effetto
analgesico
di breve
durata. È
stato visto
inoltre che
il
sufentanil è
più efficace
della
morfina,
quando viene
somministrato
per via
spinale in
pazienti
divenuti
tolleranti
agli
oppiacei, in
quanto
consumatori
abituali di
farmaci per
varie
tipologie di
dolore
cronico
[99]. Anche
per questo
agente
analgesico i
dati in
letteratura
sono
insufficienti
per poter
avanzare
qualche
ipotesi
circa i suoi
effetti
sulla
recidiva di
cancro.
Gli unici
studi a
nostra
disposizione
riguardano
gli effetti
del
sufentanil
sui livelli
plasmatici
delle
citochine
pro-infiammatorie;
in
particolare
sono stati
presi in
considerazione
i livelli di
TNF-alfa,
IL-6 ed
IL-8, in uno
studio
condotto da
El Azab et
al. su
pazienti
sottoposti
ad
intervento
chirurgico
di bypass
cardiopolmonare.
Essi hanno
potuto
constatare
che una TIVA,
a base di
propofol e
sufentanil,
o
midazolam-sufentanil,
influisce
sulla
risposta da
parte delle
citochine
pro-infiammatorie
allo stimolo
chirurgico,
prima che
sia iniziato
il
confezionamento
del bypass
cardiopolmonare,
mentre non
modifica in
alcun modo
la risposta
di queste
all’ischemia-riperfusione
ed alla
circolazione
extra-corporea
[100].
Helmy SA et
al., in uno
studio su
pazienti
sottoposti a
colecistectomia
per via
laparoscopica
o
laparotomia,
hanno
confermato i
risultati
suddetti,
dal momento
che hanno
dimostrato
come una
TIVA, a base
di propofol,
sufentanil
ed
atracurium,
non sembra
avere un
effetto
significativo
sul rilascio
di IL-1beta,
IL-4, IL-6,
TNF-alfa ed
IFN-gamma
[101].
5.4 MORFINA
È un potente
agente
analgesico,
universalmente
impiegato
per il
trattamento
del dolore
neoplastico,
motivo per
il quale
esistono
diversi
studi,
finalizzati
a chiarire
l’effetto di
questo
farmaco
sulla
crescita
tumorale e
sullo
sviluppo di
metastasi:
tuttavia i
risultati di
questi studi
non sempre
sono
concordi.
Simon ed
Arbo hanno
dimostrato
che l’uso di
morfina nei
ratti
determina un
incremento
della
disseminazione
metastatica
[102].
Al contrario
Yaeger e
Colacchio
hanno
sperimentato
in vivo che
l’uso di
morfina può
ridurre la
crescita
della
cellule
tumorali,
impedendo
che queste
possano
guadagnare
l’accesso al
torrente
circolatorio
durante
l’intervento
chirurgico
[103].
Anche
Kuraishi, in
uno studio
sui topi, in
cui ha
utilizzato
cellule di
melanoma
B16-BL6, ha
osservato
che la
somministrazione
di morfina
sopprime la
crescita
tumorale e
l’insorgenza
di metastasi
[104].
Sacerdote et
al. hanno
sottolineato
come la
somministrazione
di morfina a
dosi
analgesiche
a pazienti
oncologici,
nel
post-operatorio,
non influiva
sull’attività
delle
cellule NK.
Questi
stessi
autori hanno
evidenziato
anche che il
tramadolo,
invece,
somministrato
sempre dopo
l’intervento
chirurgico,
aumenta in
maniera
significativa
l’attività
delle
cellule NK,
suggerendo
che questo
farmaco
dovrebbe
essere
utilizzato
al posto
della
morfina per
il
trattamento
del dolore
post-operatorio
[105].
Harimaya et
al. hanno
preso in
esame gli
effetti
inibitori
esercitati
dalla
morfina,
attraverso
meccanismi
coinvolgenti
un recettore
degli
oppiacei,
sulle
proprietà di
invasione ed
adesione di
cellule di
tumore
colico, di
tipo 26-L5,
e sulla loro
capacità di
dare
metastasi
polmonari
[106].
Tegeder et
al. hanno
suggerito
anche che,
nelle
cellule
MCF-7,
MDA-MB231 ed
HT-29, la
morfina,
somministrata
da sola o in
associazione
con il
naloxone,
può ridurre
la crescita
tumorale,
attraverso
l’attivazione
della
fosforilazione
del p53
[107].
La morfina
ha mostrato
anche una
notevole
citotossicità
contro tre
linee
cellulari
tumorali
umane: di
carcinoma
polmonare
A549, di
adenocarcinoma
della
mammella
MCF-7, di
leucemia
promielocitica
HL-60 [108].
Queste
evidenze
hanno
indotto
molti
studiosi a
chiedersi se
questo
farmaco
potrebbe
rappresentare
una nuova
strategia
per il
trattamento
e la
prevenzione
dei tumori
[109].
Tuttavia, a
scapito di
questi
risultati
incoraggianti,
in tempi più
recenti è
stato messo
in luce che
un
trattamento
a lungo
termine a
base di
morfina è in
grado di
promuovere
la crescita
tumorale, in
maniera
dose-dipendente,
e che
l’impiego di
DNA vaccino
potrebbe
essere un
utile
approccio
nel
trattamento
dell’immunosoppressione
severa e per
la
prevenzione
della
tumorigenesi,
a seguito di
una terapia
prolungata a
base di
morfina
[110].
Inoltre in
un modello
murino di
tumore osseo
è stato
osservato
che un
trattamento
massiccio a
base di
morfina
incrementa
il dolore,
l’osteolisi,
la perdita
ossea, e le
fratture
spontanee,
così come i
markers di
danno
neuronale
nelle
cellule DRG
(dorsal root
ganglion) e
l’espressione
delle
citochine
pro-infiammatorie
[111].
Hashiguchi
et al. hanno
analizzato
gli effetti
della
morfina e
dei suoi
metaboliti,
morfina-3-glicuronide
e
morfina-6-glicuronide,
sulla
funzione
immunitaria
dei pazienti
oncologici
ad uno
stadio
avanzato di
malattia.
Essi hanno
dimostrato
come, in una
fase precoce
della
terapia a
base di
morfina, in
pazienti con
malattia
neoplastica
in stadio
avanzato, i
metaboliti
della
morfina
siano in
grado di
modulare
parzialmente
l’immunità
cellulare ed
umorale
[112].
Infine Sun
WZ et al.,
avendo in un
loro studio
precedente
constatato
che la
morfina
potrebbe
sopprimere
l’effetto
antitumorale
del DNA
vaccino
antigene-specifico,
hanno voluto
mettere a
confronto
quest’ultimo
farmaco con
un altro
agente
analgesico,
il ketorolac,
valutandoli
sia per la
funzione
analgesica,
sia per
l’effetto
sull’immunità
antitumorale
del DNA
vaccino
antigene-specifico.
Essi hanno
osservato
che nei topi
trattati con
il ketorolac
non veniva
stimolata la
tumori
genesi, né
venivano
soppressi
gli effetti
antitumorali
del CRT/E7
DNA vaccino
(calreticulina
legata al
HPV16E7).
Inoltre il
ketorolac,
rispetto
alla
morfina,
sembrava
meno potente
nell’induzione
dell’apoptosi
dei T
linfociti,
nella
produzione
di specie
reattive
dell’ossigeno,
nella
riduzione
dei
potenziali
di membrana
mitocondriale
e
nell’attivazione
delle
caspasi 3 e
7 nei T
linfociti. È
sembrato che
i topi
vaccinati
con il DNA
CRT/E7,
trattati con
una miscela
di morfina e
ketorolac,
potessero
mantenere
una funzione
analgesica,
senza dover
subire un
decremento
degli
effetti
antitumorali.
L’associazione
di DNA
vaccino
CRT/E7 e
dell’effetto
di risparmio
degli
oppiacei,
proprio del
ketorolac,
potrebbe
garantire
una sicura
efficacia
antitumorale
ed una buon
controllo
analgesico
[113].
5.5
TRAMADOLO
È un farmaco
analgesico
ad azione
centrale,
impiegato
frequentemente
per il
trattamento
del dolore
moderato e
severo, il
quale
sembrerebbe
costituire
una valida
alternativa
terapeutica
per la
gestione del
dolore in
pazienti
caratterizzati
da una
significativa
immunosoppressione
[114]. In
particolare
è stato
riscontrato
che, se
somministrato
a pazienti
oncologici
nel periodo
post-operatorio,
il tramadolo
ha una
potenza
analgesica
paragonabile
a quella
della
morfina ma,
a differenza
di questa,
induce un
miglioramento
dello stato
immunosoppressivo,
tipicamente
sviluppato
da questi
soggetti nel
periodo
post-operatorio
[105].
Inoltre la
somministrazione
di questo
oppioide,
prima e dopo
laparotomia,
sembra
prevenire la
soppressione
dell’attività
delle
cellule NK,
indotta
dalla
chirurgia,
bloccando la
potenziale
insorgenza
di metastasi
in situ e a
distanza
[115].
Gli oppiacei
hanno
rappresentato
per tanti
anni il
principale
trattamento
del dolore
neoplastico
e una
soluzione
terapeutica
importante
per la
prevenzione
del dolore
peri-operatorio.
Nell’ambito
dei pazienti
oncologici
in
particolare,
infatti, gli
oppiacei
sono stati
considerati
a lungo
protagonisti
di un
momento
terapeutico
molto
importante,
alla luce
del fatto
che è
proprio il
dolore a
contribuire
in larga
misura alla
soppressione
dell’immunità
cellulo-mediata.
Sfortunatamente,
in anni più
recenti è
stato
stabilito
che proprio
gli
oppiacei, e
la morfina
soprattutto,
inibiscono
la funzione
immunitaria
umorale e
cellulare
nell’uomo
[116,91].
Anche se non
ci sono dati
certi, che
testimoniano
che gli
oppiacei
sono
implicati
direttamente
nella
tumorigenesi
nell’uomo, i
risultati
degli studi
sugli
animali
suggeriscono
che questi
farmaci
possono
contribuire
nella
recidiva di
cancro in
ambito
clinico. Per
esempio,
negli studi
sui roditori
è stato
osservato
che la
morfina è
pro-angiogenica
e promuove
la crescita
del tumore
della
mammella
[117,118].
Questa
stessa
azione di
promozione
della
progressione
della
malattia
neoplastica
è stata
mostrata
anche per in
fentanyl
[89], anche
se gli
oppiacei
sintetici
non sembrano
avere, a
differenza
della
morfina,
effetti
immunosoppressivi,
ma
addirittura
stimolanti
l’attività
delle
cellule NK
[119]. I
risultati
riguardanti
gli effetti
della
morfina
sulla
progressione
tumorale
sono
alquanto
discordanti.
Sembrerebbe
che la
morfina
promuova l’apoptosi
e la morte
cellulare in
un modello
di
adenocarcinoma
142 e in
cellule
Jurkat
[120].
Invece in un
modello
murino è
stato
riscontrato
che ripetute
somministrazioni
di morfina
determinano
una
riduzione
della
distruzione
tissutale,
indotta
dalle
cellule
tumorali
[121],
osservazione
che è stata,
a sua volta,
verificata
in studi
clinici, che
hanno
evidenziato
come la
somministrazione
pre- e
post-operatoria
di morfina
sia in grado
di
ostacolare
la
disseminazione
sistemica
delle
cellule
tumorali
[121,122],
probabilmente
attraverso
la
stimolazione
della
risposta
immune
mediata dai
linfociti T
[123].
L’interazione
morfina-cancro
è
verosimilmente
articolata
in
meccanismi
alquanto
complessi,
non ancora
del tutto
definiti ed
anche gli
effetti
della
somministrazione
neurassiale
di morfina
sull’evoluzione
della
malattia
neoplastica
non sono
stati
ampiamente
studiati.
5.6
OPPIACEI ED
INIBITORI
DELLA COX-2
Faroqui et al. hanno
dimostrato,
in un
modello
murino, che
l’assunzione
cronica di
morfina
causa un’iper-espressione
della Cox-2
nelle
cellule
tumorali,
con un
incrementata
produzione
di PG,
scarso
controllo
analgesico,
un aumento
della
crescita,
dell’angiogenesi
e delle
metastasi
tumorali e
della
mortalità
[124]. Essi
hanno
evidenziato
inoltre come
la
somministrazione
di un
inibitore
della Cox-2,
il celecoxib,
previene la
crescita
tumorale e
lo sviluppo
di
metastasi,
indotte
dalla
morfina, ed
aumenta la
sopravvivenza.
Questi
riscontri
suggeriscono
che gli
inibitori
della Cox-2
potrebbero
essere
utilizzati
in
associazione
con gli
oppiacei per
la gestione
del dolore
nei pazienti
oncologici,
dal momento
che
controbilanciano
le azioni
negative
degli
oppiacei
sulla
funzione
immunitaria.
In modelli
animali,
anche
somministrati
da soli, in
assenza di
oppiacei,
gli
inibitori
della Cox-2
si sono
rivelati
efficaci
nella
prevenzione
della
progressione
tumorale;
infatti
questi
farmaci
erano in
grado di
indurre l’apoptosi
delle
cellule
tumorali
[125,126],
di diminuire
i livelli
dei fattori
angiogenetici
[127,128] e
la densità
microvascolare
del tumore
primitivo
[27,125].
Anche l’indometacina,
un inibitore
non
selettivo
della Cox-2,
attenua
l’insorgenza
di
metastasi,
causata
dallo stress
chirurgico,
nei ratti
[13].
L’uso del
celecoxib è
stato già
approvato
dalla Food
and Drug
Administration
per la
prevenzione
del cancro
colo-rettale,
in pazienti
ad alto
rischio,
perché
affetti per
esempio da
poliposi
adenomatosa
familiare.
Probabilmente
le
somministrazioni
più adeguate
e sicure
degli
oppiacei
sono: in
associazione
con gli
inibitori
della Cox-2
o per via
neurassiale.
Gli
inibitori
della Cox-2
sembrano
dunque sia
prevenire lo
sviluppo di
metastasi,
sia
attenuare
l’immunosoppressione,
indotta
dagli
oppiacei,
grazie anche
alle loro
proprietà
analgesiche.
Il loro
utilizzo
deve essere
valutato
attentamente
in relazione
al rischio
di
sanguinamento
intraoperatorio
ed a quello
di
irritazione
gastrica.
5.6 AGONISTI
DEI
RECETTORI
ADRENERGICI
DI TIPO 2
La clonidina,
un noto
farmaco
antipertensivo,
sin dagli
anni ’80
veniva
utilizzato
come
adiuvante
degli
anestetici
locali, dal
momento che
ne
prolungava
la durata
del blocco
[129].
Per la prima
volta Va’zquez
et al. hanno
dimostrato
la presenza
di recettori
adrenergici
di tipo 2 su
linee
cellulari
umane di
epitelio
mammario
[130]; sulla
base di
questo
studio
Bruzzone et
al. hanno
mostrato
come la
clonidina
fosse in
grado di
indurre la
crescita di
tumore della
mammella
murino,
poiché,
incubata con
linee
cellulari di
questa
neoplasia,
ne stimolava
una vivace
proliferazione
e ne inibiva
l’apoptosi
[131]. Gli
agonisti
inversi dei
recettori
adrenergici
di tipo 2,
yohimbina e
rauwolscina,
invece,
bloccavano
la crescita
del tumore,
indotta
dalla
clonidina,
verosimilmente
stimolando
l’apoptosi
ed inibendo
la
proliferazione
delle
cellule
tumorali.
Tuttavia il
gruppo
trattato con
yohimbina
mostrava un
costante ma
non
significativo
incremento
della
crescita
tumorale,
mentre
quello
trattato con
rauwolscina,
che si
comporta da
agonista
inverso,
mostrava una
diminuzione
significativa
dell’espansione
della massa
neoplastica.
L’associazione
degli
agonisti
inversi dei
recettori
adrenergici
di tipo 2 e
degli
inibitori
della Cox-2
migliora
dunque la
funzionalità
del sistema
immunitario
e riduce il
rischio di
metastasi
post-chirurgiche
negli
animali
[27].
Anche Palm
et al. hanno
osservato
che la
somministrazione
di bloccanti
dei
recettori
adrenergici
a topi,
affetti da
carcinoma
prostatico,
inibiva lo
sviluppo di
metastasi
linfonodali
[132].
Gli agonisti
inversi dei
recettori
adrenergici
di tipo 2
sembrano
inibire la
progressione
di malattia
neoplastica,
bloccando
l’espressione,
indotta
dalle
catecolamine,
di STAT-3,
fattore che
regola la
trascrizione
di geni
appartenenti
al subset
del sistema
immunitario.
I risultati
degli studi
sugli
animali
inducono a
sperare e
cercare di
verificare
che anche
nell’uomo
questi
farmaci
possano
avere un
effetto
benefico per
la
prevenzione
dello
sviluppo di
metastasi.
6. EFFETTI DELL’ANALGESIA LOCO–REGIONALE SUL CANCRO
La chirurgia
rappresenta
il primo e
più efficace
approccio
terapeutico
in svariate
tipologie di
cancro;
tuttavia
l’atto
chirurgico è
viziato dal
rischio di
sviluppare
minima
malattia
residua.
L’evoluzione
della minima
malattia
residua in
metastasi
clinicamente
evidenti è
influenzata
da numerosi
fattori,
inclusi
l’immunità
cellulo –
mediata
antitumorale
e segnali
angiogenetici
e di
crescita nei
siti di
malattia
residua.
Almeno tre
fattori
peri-
operatori
influenzano
negativamente
sia la
funzione
immunitaria,
sia
l’espressione
di fattori
che
promuovono
l’angiogenesi
e
l’espansione
tumorale: la
risposta
allo stress
chirurgico
di tipo
neuroendocrino,
gli
anestetici
volatili e
gli
oppiacei.
Gli studi
sugli
animali
indicano che
l’anestesia
regionale ed
un ottimale
analgesia
post –
operatoria
indipendentemente
riducono la
formazione
di
metastasi,
in animali
inoculati
con cellule
di
adenocarcinoma
della
mammella,
dopo
l’intervento
chirurgico.
Anche gli
studi
sull’uomo
suggeriscono
che
l’analgesia
regionale
può ridurre
il rischio
di recidiva
tumorale
dopo
chirurgia.
Sessler et
a. vogliono
testare
l’ipotesi
che la
recidiva di
malattia
neoplastica,
locale o
metastatica,
dopo
intervento
chirurgico
di
asportazione
di tumore
della
mammella, è
più bassa in
pazienti
trattati con
analgesia
epidurale
paravertebrale
o toracica
alta, in
associazione
con
sedazione o
lieve
anestesia,
rispetto a
pazienti
trattati,
durante
l’intervento,
con
anestetici
volatili, e
nel post –
operatorio,
con
oppiacei.
Essi
pertanto
hanno preso
in esame dei
pazienti,
affetti da
carcinoma
della
mammella in
stadio 1 –
3, facenti
parte di un
trial
multicentrico
in fase III,
e li hanno
selezionati,
in maniera
random, per
ricevere
un’anestesia/analgesia
epidurale,
paravertebrale
o toracica
alta, o
un’anestesia
generale a
base di
sevoflurano,
in
combinazione
con
un’analgesia
a base di
morfina.
Questo
studio è
stato
avviato nel
2008 ed è
previsto un
tempo di
osservazione
di questi
1100
pazienti di
5 anni; l’outcome
sarà la
recidiva di
malattia
neoplastica.
Se i
risultati
confermeranno
l’ipotesi di
partenza di
questi
ricercatori,
questi
avranno
dimostrato
come piccoli
cambiamenti
ed
accorgimenti
nella scelta
delle
tecniche
anestesiologiche
da adottare
in questi
pazienti,
potranno
migliorare
notevolmente
la prognosi,
riducendo il
rischio di
recidiva
post –
chirurgica
di cancro,
che spesso
si rivela
essere
fatale
[133].
Questa
stessa
ipotesi ha
stimolato
numerosi
altri
ricercatori
a portare
avanti studi
in vitro e
trials
clinici per
cercare di
verificare
se
effettivamente
l’analgesia
loco –
regionale
sia
protettiva
contro la
recidiva di
cancro e lo
sviluppo di
malattia
metastatica.
Deegan et
al. hanno
indagare gli
effetti dei
farmaci
anestetici
su cellule
di tumore
della
mammella,
negative per
il recettore
degli
estrogeni,
trattandole
con il siero
di pazienti
sottoposti
ad
intervento
chirurgico
di
asportazione
tumorale,
nel corso
del quale
erano stati
trattati con
differenti
tecniche
anestesiologiche.
Essi
volevano
dimostrare
che
l’anestesia
loco –
regionale
attenua la
risposta
allo stress
chirurgico,
riducendo il
ricorso
all’utilizzo
di oppiacei
e
all’anestesia
generale e
l’immunosoppressione
peri –
operatoria,
e che questa
può, in
qualche
modo,
influire
positivamente
sui
principali
meccanismi
messi in
atto dalla
cellule
tumorali
mammarie per
disseminare
a livello
sistemico,
come la
proliferazione,
l’adesione e
la
migrazione.
I pazienti
sono stati
selezionati
per ricevere
propofol ed
analgesia
paravertebrale
o
sevoflurano
ed oppiacei.
La linea
cellulare
MDA – MB –
231, ER –
negativa, è
stata
trattata con
il siero di
pazienti
appartenenti
ad entrambi
i gruppi,
misurando
gli effetti
sulla
proliferazione
e sulla
migrazione
che ne
derivavano.
Essi hanno
osservato
che il siero
di pazienti
che avevano
ricevuto il
propofol e
l’analgesia
paravertebrale
inibiva la
proliferazione,
ma non la
migrazione,
delle
cellule ER –
MDA – MB –
231 in
vitro, in
misura
maggiore
rispetto al
siero
appartenente
all’altro
gruppo.
Inoltre i
pazienti
trattati con
anestesia/
analgesia
paravertebrale
e propofol,
ad 1–2 h
dall’intervento,
presentavano
dei punteggi
degli scores
per la
valutazione
del dolore
più bassi
rispetto al
gruppo di
controllo,
espressione
di un buon
controllo
del dolore
[134].
Numerosi
studi,
alcuni dei
quali sono
stati citati
in altri
capitoli,
suggeriscono
che
l’analgesia
loco –
regionale e
i farmaci
anti –
infiammatori
non
steroidei,
potrebbero
migliorare
la prognosi
dei pazienti
oncologici,
sottoposti a
trattamento
chirurgico,
a differenza
degli
oppiacei.
Anche Forget
et al. si
sono chiesti
se
l’utilizzo
di un
determinato
protocollo
analgesico
potesse
interferire
sulla
recidiva di
malattia
neoplastica
in pazienti
affette da
carcinoma
della
mammella.
Essi hanno
rivisto una
serie di
loro
pazienti
(327),
affette da
carcinoma
della
mammella,
sottoposte
per tale
ragione a
mastectomia
con
dissezione
dei
linfonodi
del cavo
ascellare;
il loro
obiettivo
principale
era quello
di
confrontare
la recidiva
di cancro
tra
pazienti,
che avevano
ricevuto
differenti
protocolli
analgesici
durante
l’intervento
chirurgico.
I farmaci
presi in
considerazione
erano: il
ketorolac,
il
sufentanil,
la ketamina
e la
clonidina.
Le loro
analisi
hanno
mostrato una
percentuale
più bassa di
recidiva
tumorale
nelle
pazienti a
cui era
stato
somministrato
il ketorolac,
prima
dell’intervento
chirurgico.
Invece gli
altri
analgesici
presi in
esame non
erano
associati
con una
riduzione
del rischio
di recidiva
neoplastica
in questo
campione di
pazienti.
La
conclusione
dunque che
scaturisce
da questa
analisi
retrospettiva
è che la
somministrazione
intra –
operatoria
di ketorolac
diminuisce
il rischio
di recidiva
di carcinoma
della
mammella,
rispetto
agli altri
analgesici
presi in
considerazione
[93].
Tuttavia la
possibilità
che
l’utilizzo
di alcuni
farmaci
analgesici,
piuttosto
che altri,
nel post –
operatorio,
abbia un
impatto
positivo
sulla
ricorrenza
di cancro
non è stata
ancora del
tutto
verificata.
Curatolo M.
ha
realizzato
un review
con lo scopo
di valutare
se, nella
gestione
anestesiologica
di pazienti
oncologici,
l’aggiunta
di analgesia
loco –
regionale
peri –
operatoria
all’anestesia
generale,
oltre a
ridurre
efficacemente
il dolore
post–operatorio,
possa avere
un
qualsivoglia
effetto
positivo
sugli
outcomes
a medio e
lungo
termine di
questi
soggetti.
Per giungere
a delle
conclusioni
quanto più
significative
possibili,
egli ha
basato la
sua ricerca
su reviews
sistematici,
ampi studi
epidemiologici
e trial
clinici
multicentrici
randomizzati,
basati
campioni di
grandi
dimensioni,
e di alta
qualità. Gli
endpoints
discussi
dall’autore
erano: la
morbidità
peri–operatoria,
la recidiva
di cancro,
il dolore
cronico e la
riabilitazione
post–
operatori e
il rischio
di danno
neurologico.
I dati
preliminari
suggeriscono
che
l’analgesia
loco –
regionale
potrebbe
ridurre
l’incidenza
di recidiva
di cancro,
ma sono
necessari
degli
ulteriori
trials
clinici per
chiarire la
significatività
di questo
risultato.
Inoltre
l’analgesia
epidurale
può
migliorare
notevolmente
il dolore
cronico post
–
operatorio,
i tempi
della
riabilitazione,
con un basso
rischio di
danno
neurologico.
Conseguentemente
gli
outcomes
dei pazienti
oncologici
sembrerebbero
subire un
miglioramento
grazie
all’impiego
di analgesia
epidurale
alla luce
degli studi
di Curatolo;
e nonostante
sia
necessario
trattare un
più largo
numero di
pazienti per
rendere
questo dato
ancora più
significativo,
è un
risultato
incoraggiante
ed
importante
di per sé,
se si
considera la
categoria
dei pazienti
cui si
riferisce
[135].
Anche Synder
GL et al.
hanno
esaminato
gli effetti
di diverse
tecniche
anestesiologiche,
protocolli
analgesici e
altri
fattori peri
– operatori
sulla
recidiva di
cancro in un
loro ben
articolato
review, in
cui sono
stati
oggetto di
valutazione
gli
anestetici
volatili,
endovenosi e
locali, gli
oppiacei ed
i FANS.
Anche in
questo caso
l’analgesia
loco–regionale
sembrerebbe
avere un
effetto
prognostico
benefico.
In
particolare
analisi
retrospettive
hanno
rivelato che
l’analgesia
paravertebrale
migliora l’outcome
di pazienti
affetti da
tumore
mammario e
sottoposti
ad
intervento
chirurgico
di
mastectomia,
e che
l’analgesia
epidurale
riduce il
rischio di
recidiva
tumorale in
soggetti
affetti da
cancro della
prostata e
sottoposti a
prostatectomia.
Essi hanno
inoltre
specificato
che altri
fattori
peri–operatori
da tenere in
considerazione
nella
prognosi di
questi
soggetti
sono: le
emotrasfusioni,
il dolore,
lo stress e
l’ipotermia
[136].
Wuethrich et
al. hanno
esaminato
l’influenza
di
differenti
tecniche
anestesiologiche/
analgesiche
sull’outcome
di pazienti
affetti da
cancro
prostatico,
per il quale
sono stati
sottoposti a
prostatectomia
radicale con
tecnica
open. È
stata
condotta
un’analisi
retrospettiva
su due
gruppi di
pazienti: il
primo gruppo
è stato
trattato con
anestesia
generale ed
analgesia
epidurale
(Gennaio
1994 –
Giugno 1997;
n= 103), al
secondo
gruppo di
pazienti è
stata
somministrata
anestesia
generale ed
analgesia a
base di
ketorolac –
morfina (
Luglio 1997
– Dicembre
200; n=
158). È
risultato
che
l’anestesia
generale in
associazione
all’analgesia
epidurale
migliorava
la
sopravvivenza,
libera da
progressione
clinica di
malattia, in
questi
pazienti.
Tuttavia non
sono state
rinvenute
differenze
significative
nei due
gruppi in
termini di
sopravvivenza
libera da
ricorrenza
biochimica
di malattia,
sopravvivenza
cancro–specifica
e
sopravvivenza
in generale.
Fattori
predittivi
indipendenti
di
sopravvivenza
libera da
ricorrenza
biochimica
di malattia
in questi
pazienti
erano: i
valori
plasmatici
pre –
operatori di
PSA (
Gleason
score di
almeno 7),
lo stadio di
malattia
neoplastica
non
confinata
solo alla
prostata, e
la
positività
dei
linfonodi
[137].
Looney M et
al. hanno
voluto
testare
l’ipotesi
che
un’anestesia
generale a
base di
propofol
combinata
con
analgesia
paravertebrale
potessero
attenuare i
cambiamenti
nei valori
plasmatici
post –
operatori
dei fattori
promuoventi
l’angiogenesi
e lo
sviluppo di
metastasi in
soggetti
affetti da
carcinoma
della
mammella,
per questo
sottoposti a
mastectomia,
in misura
maggiore
rispetto ad
un’anestesia
generale
combinata
con
un’analgesia
a base di
oppiacei.
I fattori
angiogenetici
presi in
esame erano
il Vascular
Endothelial
Growth
Factor – C,
il
Transforming
Growth
Factor beta,
il Placental
Growth
Factor ed il
Fibroblast
Growth
Factor.
Dai due gruppi di pazienti
in esame è
stato
prelevato
sangue
venoso,
subito prima
e 24 h dopo
l’intervento
di
mastectomia
ed il siero
è stato
analizzato
per
evidenziare
se ci
fossero
eventuali
cambiamenti
nelle
concentrazioni
del VEGF – C
e del TGF –
beta, tra il
periodo pre
– operatorio
e quello
post –
operatorio.
I pazienti
del gruppo
trattato con
propofol ed
analgesia
paravertebrale,
oltre a
manifestare
un’attenuazione
del dolore,
a 2 h dalla
somministrazione
dei farmaci
analgesici,
di gran
lunga più
importante
rispetto ai
pazienti del
gruppo
trattato con
anestesia
generale e
morfina,
presentavano
dei
cambiamenti
nelle
concentrazioni
seriche del
VEGF – C e
del TGF –
beta nel
post –
operatorio.
Gli Autori
hanno dunque
concluso che
la scelta di
una
determinata
tecnica
anestesiologica,
in questo
caso
propofol/analgesia
paravertebrale,
può
influenzare
i livelli
ematici di
fattori,
direttamente
responsabili
del processo
di
angiogenesi
nella
chirurgia
del tumore
primitivo
della
mammella
[138].
Il tumore
della
mammella è
il più
comune
tumore
maligno
nelle donne,
per il quale
la chirurgia
rimane ad
oggi il
trattamento
più efficace
e di prima
scelta;
questo è il
motivo per
il quale
molti autori
si sono
interrogati
sugli
effetti di
differenti
tecniche
anestesiologiche
ed
analgesiche
sulla
risposta
dell’organismo
allo stress
chirurgico,
caratterizzata
prevalentemente
da un
importante
stato di
immunosoppressione.
Deegan CA et
al.,
partendo da
risultati di
altri
ricercatori,
molti dei
quali già
citati, che
hanno
dimostrato
come
l’anestesia/analgesia
loco –
regionale
sia in grado
di attenuare
l’immunosoppressione
peri –
operatoria,
hanno voluto
testare
l’ipotesi
per la quale
pazienti,
affetti da
tumore della
mammella,
sottoposti a
mastectomia,
durante la
quale sono
state
trattate con
un’anestesia
generale a
base di
propofol in
combinazione
con
un’analgesia,
ottenuta
mediante
blocco
paravertebrale,
esibivano
ridotti
livelli di
citochine
pro – tumori
geniche e
metallo
proteinasi
di matrice
ed elevate
concentrazioni
di citochine
antitumori
geniche,
rispetto a
pazienti che
avevano
ricevuto
un’anestesia
generale a
base di
sevoflurano
ed
un’analgesia
a base di
oppiacei.
Essi,
dunque, dopo
aver diviso
le pazienti
in due
gruppi,
selezionandole
in maniera
random per
ricevere uno
dei due
trattamenti
anestesiologici
ed
analgesici,
hanno
misurato le
concentrazioni
seriche pre
– e post –
operatorie
di 11
citochine (
IL – 1beta;
IL – 2; IL –
4; IL – 5;
IL – 6; IL
-8; IL – 10;
IL – 12p70;
IL – 13; IFN
– gamma e
TNF – alfa)
e 3 MMPs (
MMP – 1; MMP
– 3; MMP –
9). Gli
scores di
valutazione
del dolore
registravano
punteggi più
bassi a 1 h
e 2 h nel
gruppo
trattato con
analgesia
per blocco
paravertebrale,
rispetto al
gruppo
trattato
con
morfina,
anche se a
24 h
dall’intervento
i risultati
erano
pressappoco
similari.
Inoltre i
pazienti
trattati con
propofol e
blocco
paravertebrale,
rispetto ai
pazienti
trattati con
sevoflurano
e morfina,
mostravano:
·
Riduzione
dei livelli
post –
operatori di
IL – 1beta (
meno 26%
[-15% to-
52%]),
rispetto ai
pre –
operatori (
meno 4 % [
-14%- to
2%], P=
0.003);
·
Una
significativa
attenuazione
dell’aumento
di MMP – 3 (
2%[ meno 39%
to 12%]
contro 29%
[23%- 59%],
P=0.011);
·
Una
significativa
attenuazione
dell’aumento
di MMP – 9
(26%[
13%-54%]
contro 74% [
50%-108%],
P=0.02);
·
Un
significativo
aumento
dell’IL – 10
( 10% [5% -
33%] contro
-15% [20% to
-2%];
P=0.001);
Per le altre
citochine
prese in
esame e per
la MMP–1 non
sono state
riscontrate
significative
differenze
tra i due
gruppi e tra
i prelievi
pre– e
post–operatori.
Essi hanno
suggerito
che il
trattamento
con propofol
e blocco
paravertebrale
esercita una
certa
influenza su
una
minoranza di
citochine
coinvolte
nella
regolazione
della
risposta
immunitaria
antitumorale
nel periodo
peri –
operatorio.
Pertanto
sono
auspicabili
ulteriori
studi per
determinare
la
significatività
di questi
risultati
[139].
Un argomento
che ha
suscitato
una discreta
curiosità in
molti
ricercatori
è
rappresentato
dal ruolo
svolto
dall’analgesia
epidurale
peri–operatoria
nella
recidiva di
cancro e
nella
sopravvivenza
a lungo
termine di
pazienti
oncologici,
sottoposti
ad
intervento
chirurgico
di resezione
neoplastica.
Studi
animali
suggeriscono
che
un’anestesia
regionale ed
un ottimale
analgesia
post –
operatoria
indipendentemente
riducono il
rischio di
sviluppare
metastasi.
Studi
clinici
retrospettivi
riportano
una
riduzione in
termini di
ricorrenza
in numerosi
tipi di
cancro, in
pazienti che
avevano
ricevuto
analgesia
neuro –
assiale peri
–
operatoria.
Gottschalk
et al.
dunque si
sono
occupati di
determinare
l’associazione
tra
analgesia
epidurale
peri –
operatoria e
la recidiva
di cancro in
pazienti
sottoposti a
chirurgia
per cancro
colo –
rettale. Gli
autori hanno
rivisitato i
risultati di
669
pazienti,
sottoposti a
chirurgia
per cancro
colo –
rettale tra
Gennaio 2000
e Marzo
2007. il
follow – up
si è
concluso a
Novembre
2008. L’outcome
primario era
il tempo di
recidiva di
cancro. Sono
stati
analizzati
256 pazienti
che avevano
ricevuto
l’analgesia
epidurale
post –
operatoria e
253 che non
erano stati
trattati con
questa, e
non è stata
rinvenuta
alcuna
associazione
tra l’uso
dell’analgesia
epidurale e
la
ricorrenza
di cancro.
L’analgesia
epidurale è
stata
associata
con una
recidiva più
bassa nei
pazienti più
anziani ma
non in
quelli
giovani.
Quindi, in
contrasto
con gli
studi
retrospettivi
precedenti
sulla
chirurgia
dei tumori
del colon,
della
prostata e
della
mammella,
Gottschalk
et al. hanno
riscontrato
che l’uso di
analgesia
per il
controllo
del dolore
peri –
operatorio,
durante la
chirurgia
del cancro
colo –
rettale, non
era
associato
con una
diminuita
ricorrenza
di cancro.
Tuttavia un
potenziale
effetto
benefico è
stato
osservato
nei pazienti
più anziani.
Gli effetti
positivi
dell’analgesia
regionale
sulla
recidiva di
cancro
potrebbero
dipendere
dal tipo
specifico di
tumore
[140].
In
particolare
Paul S Myles
et al. hanno
condotto un
follow – up
a lungo
termine di
un trial
clinico
controllato,
in cui i
pazienti
sono stati
selezionati,
al momento
dell’atto
chirurgico,
per ricevere
anestesia
generale,
combinata o
meno con
blocco neuro
– assiale
epidurale,
almeno nei
primi 3
giorni post
– operatori.
Sono stati
coinvolti 23
ospedali in
Australia,
Nuova
Zelanda ed
Asia ed
hanno
partecipato
503 pazienti
adulti che,
con intento
potenzialmente
curativo,
sono stati
sottoposti a
chirurgia
addominale
per
resezione
tumorale. La
principale
misura di
outcome
presa in
considerazione
è stata la
sopravvivenza
libera da
malattia
neoplastica
di questi
soggetti.
I dati del
follow – up
a lungo
termine
erano
disponibili
per il 94%
(n°= 446)
dei
partecipanti
selezionati.
Il tempo
medio di
recidiva di
cancro o di
morte era
2.8 anni nel
gruppo di
controllo e
2.6 anni nel
gruppo
trattato con
analgesia
epidurale
post –
operatoria;
i risultati
erano simili
[141].
Reviews su
animali e
studi
sull’uomo
suggeriscono
che lo
stress
chirurgico,
il dolore,
l’ansia e
certi agenti
anestetici
ed
analgesici
possono
temporaneamente
sopprimere i
componenti
individuali
del sistema
immunitario,
ed
evidenziano
che, invece,
l’anestesia/
analgesia
loco–regionale
è in grado
di
minimizzare
questo stato
immunosoppressivo,
attraverso
l’effetto
“sparing”
degli
oppiacei.
Nonostante
ciò,
considerando
i risultati
di questo
studio,
l’impiego
del blocco
epidurale
nella
chirurgia
addominale
oncologica
non
sembrerebbe
essere
associato ad
un
miglioramento
della
sopravvivenza
libera da
malattia.
Di
tutt’altro
tema si sono
occupati
invece Biji
Mathew et
al., i quali
hanno
tentato di
esaminare il
nuovo ruolo
dei
recettori Mu
degli
oppiacei
nella
progressione
del tumore
polmonare,
attraverso
un’analisi
di
laboratorio.
La
possibilità
che
antagonisti
dei
recettori Mu
degli
oppiacei
possano
influenzare
la recidiva
di cancro è
un argomento
di recente
interesse.
Studi
epidemiologici
suggeriscono
che ci sono
differenze
nella
recidiva di
cancro per
il tumore
della
mammella e
della
prostata, a
seconda del
regime
anestesiologico
ed
analgesico
adottato. In
questo
studio Biji
et al. hanno
identificato
un
meccanismo
che possa
fornire una
spiegazione
a questi
riscontri
epidemiologici,
basato sulla
regolazione
da parte del
recettore Mu
degli
oppiacei (MOR)
della
tumorigenicità
del
carcinoma
polmonare di
Lewis (LLC),
su cellule
ed in
modelli
animali.
Essi hanno
utilizzato
tessuto
polmonare
umano e
linee
cellulari di
tumore
polmonare
non – a
piccole
cellule
umano, sulle
quali hanno
valutato
l’espressione
del MOR,
usando l’immunoblotting
ed
un’analisi
immunoistochimica.
Essi hanno
trattato le
cellule LLC
con
antagonisti
periferici
degli
oppiacei,
metilnaltrexone
o MOR shRNA,
ed hanno
valutato la
proliferazione,
l’invasione
e la
formazione
di lievi
colonie su
agar in
vitro, e la
crescita del
tumore
primario e
lo sviluppo
di metastasi
polmonari
in topi
C57BL/6 e
MOR
knockout.
Il MOR
potrebbe
dunque
essere
utilizzato
come target
per il
tumore
polmonare,
una malattia
con alta
mortalità e
poche
opzioni
terapeutiche.
È stato
osservato un
aumento
nell’espressione
del MOR in
campioni di
pazienti con
NSCLC ed in
numerose
linee
cellulari
NSCLC umane.
Gli agonisti
della
morfina (
MOR) e le
encefaline (DAMGO)
aumentano in
vitro la
crescita
delle
cellule LLC.
Il
trattamento
con il
metilnaltrexone
o il
silenziamento
dell’espressione
dei MOR,
invece,
inibiva
l’invasione
e la
crescita
delle
cellule LLC
ancoraggio –
indipendente,
nel 50 – 80
% dei casi.
L’iniezione
delle
cellule LLC
con il MOR
silenziato
nei topi
portava ad
una
riduzione
del 65 %
nelle
metastasi
polmonari.
Inoltre c’è
una
differenza
di risposta
all’iniezione
di cellule
LLC tra i
topi MOR
knockout e i
topi wild –
type, in
quanto i
rpimi non
sviluppano
tumori di
dimensioni
significative.
Infine
l’infusione
continua di
antagonisti
periferici
degli
oppiacei,
MNTX,
attenua la
crescita del
tumore
primario LLC
e riduce le
metastasi
polmonari.
Considerando
la totalità
dei dati
risultanti
da questo
studio,
questi
autori
suggeriscono
un possibile
effetto
diretto
degli
oppiacei
sulla
progressione
del tumore
polmonare e
forniscono
una
spiegazione
plausibile
ai riscontri
epidemiologici
suddetti. Le
loro
osservazioni
inoltre
suggeriscono
un possibile
ruolo
terapeutico
per gli
antagonisti
degli
oppiacei
[142].
A
conclusione
dei lavori
scientifici
esposti sul
ruolo
dell’analgesia
loco –
regionale
nella
recidiva di
malattia
neoplastica,
un recente
studio,
portato
avanti da
Kathryn
Lambourne et
al., riporta
i risultati
di
un’analisi
retrospettiva,
in cui sono
stati
ricercati
gli effetti
positivi del
blocco
paravertebrale,
rispetto
alla sola
anestesia
generale, in
pazienti
sottoposta a
chirurgia
per tumore
della
mammella. È
noto che il
dolore post
– chirurgico
persistente
affligge dal
10% al 50 %
di donne che
si
sottopongono
a chirurgia
della
mammella;
studi
pubblicati
recentemente
hanno
iniziato a
suggerire
che il
blocco
paravertebrale
pre –
incisionale
ha l’abilità
di ridurre
sia
l’incidenza
sia la
severità del
dolore
mammario
post –
chirurgico.
È stato
riportato
infatti che
questo tipo
di blocco
neuro –
assiale
diminuisce
il dolore e
la nausea ed
abbrevia la
durata
dell’ospedalizzazione.
Qualche
studio
evidenzia
anche un
potenziale
decremento
di recidiva
di cancro
qualora il
blocco
paravertebrale
sia usato
come
anestesia
primaria
nella
chirurgia
senologica.
In pratica
però, una
volta
confrontati
pazienti,
che erano
stati
trattati con
un blocco
paravertebrale,
e pazienti,
che avevano
ricevuto
anestesia
generale,
non veniva
registrata
alcuna
differenza,
anche se la
richiesta di
oppiacei
risultava
statisticamente
ridotta nel
gruppo, cui
era stato
praticato un
blocco
paravertebrale
[143].
7. ANESTESIA GENERALE E LOCO–REGIONALE A CONFRONTO
I dati degli
studi in
vitro e di
quelli in
vivo su
animali
suggeriscono
che tre
fattori
associati
con la
chirurgia
oncologica
riducono la
funzionalità
dell’immunità
cellulare,
aumentando
il rischio
di
ricorrenza
di cancro:
la risposta
allo stress
chirurgico,
l’anestesia
generale e
l’analgesia
a base di
oppiacei.
In tal senso
l’anestesia
regionale
sembra
essere una
soluzione
valida per
diminuire
questo
rischio, dal
momento che
attenua la
risposta
neuroendocrina
allo stress
chirurgico,
diminuisce
la necessità
di
utilizzare
l’anestesia
generale e
minimizza il
ricorso agli
oppiacei
[144]. I
risultati di
diversi
studi hanno
confermato
anche che
l’anestesia
regionale è
in grado di
ridurre
l’incidenza
di malattia
metastatica
[145].
Groetelaers
et al. hanno
preso in
esame,
portando
avanti un
follow – up
di 5 anni,
delle
pazienti che
erano state
sottoposte a
biopsia del
linfonodo
sentinella
del cavo
ascellare
per tumore
della
mammella, in
anestesia
locale, ed
hanno
mostrato
come la
recidiva
ascellare
era
significativamente
ridotta
[146]. Kumar
et al. hanno
sperimentato
l’uso di
anestesia
spinale con
un micro –
catetere
come tecnica
anestesiologica
primaria per
la chirurgia
del cancro
colo –
rettale e
per altri
tipi di
chirurgia
addominale
maggiore, in
pazienti ASA
II e III,
per i quali
l’anestesia
generale era
associata
con un più
alto tasso
di morbilità
e mortalità
[147].
Inoltre
l’anestesia
loco–regionale,
basata sul
blocco
paravertebrale,
può essere
applicata
con successo
ai pazienti
sottoposti a
chirurgia
per tumore
della
mammella,
nei quali è
stato
provato che
è in grado
di ridurre
la nausea,
il vomito,
il dolore ed
altri
effetti
collaterali
[148].
Secondo
Hashimoto et
al.
l’effetto
benefico
mostrato
dall’anestesia
epidurale è
dovuto al
blocco delle
conseguenze
negative
della
risposta
allo stress
chirurgico
sull’attività
delle
sottopopolazioni
linfocitarie
periferiche,
associate
con
un’immunosoppressione,
più volte
citata
[149].
7.1
LIDOCAINA
È un
anestetico
locale, di
comune
impiego,
dotato anche
di proprietà
antiaritmiche,
che può
essere
utilizzato
anche per il
controllo
del dolore
in soggetti
affetti da
neoplasie.
Infatti nei
pazienti
affetti da
tumore,
refrattari
all’analgesia
a base di
oppiacei, la
lidocaina
garantisce
un efficace
e prolungato
controllo
del dolore
[150]. Ed
anche in
pazienti
pediatrici,
affetti da
neoplasie in
stadio
avanzato, la
lidocaina
costituisce
un’ottima
alternativa
agli
oppiacei nel
trattamento
del dolore
maligno
refrattario
[151].
Per quanto
riguarda gli
eventuali
effetti
esercitati
da questo
farmaco
sulle
cellule
tumorali,
Sakaguchi et
al. hanno
dimostrato
che, a
seguito di
somministrazione
locale, la
lidocaina
può inibire
l’attività
del
recettore
per l’Epidermal
Growth
Factor, che
rappresenta
un
potenziale
target per
l’anti –
proliferazione
nelle
cellule
tumorali.
Probabilmente
l’inibizione
esercitata
su questo
recettore
rappresenta
uno dei
principali
meccanismi
che spiegano
l’effetto
anti –
proliferativo
di questo
farmaco,
effetto che
è stato
riscontrato
anche in una
linea
cellulare di
tumore della
lingua umano
[152].
Inoltre la
lidocaina,
alle
concentrazioni
comunemente
impiegate
nella
pratica
chirurgica,
sembrerebbe
capace di
inibire la
potenzialità
d’invasione
delle
cellule
tumorali
umane (
HT1080; HOS
ed RPMI –
7951),
modulando il
fattore di
crescita EGF
– like,
legante
l’eparina;
questo
farmaco
potrebbe
pertanto
rappresentare
un
anestetico,
per
infiltrazione,
ideale nella
chirurgia
oncologica
[153].
7.2
ROPIVACAINA
È un
anestetico
locale
impiegato
per
infiltrazione,
blocchi
nervosi,
anestesia
epidurale ed
intratecale.
Interessante
è l’effetto
di questo
anestetico
locale sul
metabolismo
energetico
di Ehrlich
ascites
tumor cells,
che è stato
analizzato
da Di Padova
et al., i
quali hanno
suggerito
come la
ropivacaina
influenzi il
metabolismo
mitocondriale
di queste
cellule.
Infatti
questo
farmaco, a
tutte le
concentrazioni
testate,
attivando l’ATPase
mitocondriale,
stimolava la
produzione
aerobica di
lattato e
determinava
l’inibizione
della
respirazione
cellulare
[154].
Feinstein DL
et al. hanno
invece
esaminato
gli effetti
della
ropivacaina
sull’espressione
dell’ossido
nitrico
sintetasi
calcio –
indipendente
in cellule
di glioma C6
in ratti
immuno -
stimolati.
Essi hanno
dimostrato
che questo
farmaco, a
differenza
della
bupivacaina
e di alte
dosi di
lidocaina,
esercita un
blando
effetto
sulla
produzione
di ossido
nitrico, e
soltanto
alla
concentrazione
massima
[155].
7.3 PROCAINA
È un
anestetico
locale,
sintetizzato
per la prima
volta nel
1989, al
giorno
d’oggi poco
utilizzato.
Villar –
Garea et al.
hanno
dimostrato
che la
procaina è
un agente
che
determina
demetilazione
del DNA e
che ha
effetti
inibitori
sulla
crescita
cellulare,
osservati in
particolare
in cellule
di tumore
della
mammella, di
tipo MCF–7,
nelle quali
causa un
arresto
della mitosi
[156].
7.4 STUDI IN
VITRO, IN
VIVO E
CLINICI
L’anestesia
e
l’analgesia
loco –
regionale
attenuano o
prevengono i
fattori
peri–operatori
favorenti
l’insorgenza
di minima
malattia
residua dopo
asportazione
chirurgica
del tumore
primitivo.
Zheng W et
al. hanno
ricercato
gli effetti
di
differenti
protocolli
anestesiologici
sulla
sorveglianza
immunitaria
antitumorale
e sullo
sviluppo di
metastasi,
in ratti
portatori di
tumore.
I ratti sono
stati divisi
in 3 gruppi;
i componenti
di ciascun
gruppo sono
stati
anestetizzati
rispettivamente
con ketamina
(gruppo K),
con il
propofol
(gruppo P),
e con un
blocco
neurassiale
(gruppo B),
e sono stati
sottoposti a
laparotomia,
durante la
quale sono
state
iniettate
cellule
tumorali di
tipo
MADB106.
Dopo 24 h
dall’iniezione
sono stati
valutati il
numero e
l’attività
dei
linfociti T
CD3+, CD4+ e
CD8+, il
rapporto
CD4+/CD8+,
il numero e
l’attività
delle
cellule NK
CD161a+. Tre
settimane
dopo
l’iniezione
delle
cellule
tumorali
suddette,
invece, sono
state
valutate le
metastasi
polmonari.
Nei gruppi K
e P il
numero e
l’attività
delle
sottopopolazioni
T-linfocitarie
e delle
cellule NK
erano
significativamente
ridotti, e
le metastasi
polmonari
MADB106
notevolmente
aumentate,
anche se la
riduzione
della
funzionalità
della
risposta
immunitaria
era maggiore
nel gruppo K
rispetto al
gruppo P,
così come il
numero di
metastasi
era
superiore
nel gruppo K
rispetto a
quello del
gruppo P
[157].
Alla luce di
questi
risultati
cominciò a
farsi strada
nella
coscienza
scientifica
internazionale
la
possibilità
che il
blocco
neurassiale,
confrontato
con
l’anestesia
generale,
potesse
preservare
la
sorveglianza
immunitaria
antitumorale
e ridurre il
rischio di
sviluppo
post-chirurgico
di metastasi
anche
nell’uomo,
così come
nei
ratti.
Biki B et
al. hanno
valutato la
ricorrenza
di carcinoma
prostatico
in due
gruppi di
pazienti, il
primo
trattato con
anestesia
generale
combinata
con
anestesia/
analgesia
epidurale,
il secondo
trattato con
anestesia
generale ed
oppiacei nel
periodo post
–
operatorio.
Questi
pazienti
erano stati
sottoposti a
prostatectomia
radicale tra
Gennaio 1994
e Dicembre
2003 ed
erano stati
monitorati
costantemente
fino ad
Ottobre
2006; l’endpoint
utilizzato
era un
aumento dei
livelli
plasmatici
di PSA.
Il gruppo di
pazienti,
che
all’epoca
dell’intervento
chirurgico
era stato
trattato con
anestesia
generale ed
epidurale,
aveva un
rischio di
recidiva di
cancro più
basso del
57%,
rispetto
agli altri
pazienti
[158].
L’esperienza
di questi
ricercatori
suggerisce
dunque che
la
prostatectomia
eseguita in
anestesia
generale,
sostituendo
l’analgesia
post-operatoria
a base di
oppiacei con
un blocco
neurassiale
di tipo
epidurale
intra-operatorio,
è associata
con un
rischio
sostanzialmente
minore di
ricorrenza
biochimica
di cancro.
Nonostante
questo
risultato
favorevole
all’utilizzo
dell’anestesia
epidurale in
associazione
a quella
generale in
questa
classe di
pazienti, a
distanza di
circa un
anno, Tsui
BC et al.
sono
pervenuti a
delle
conclusioni
assolutamente
discordanti.
Infatti essi
hanno
seguito, in
un follow-up
di 4-5 anni,
un gruppo di
pazienti,
che erano
stati
sottoposti a
prostatectomia
per
adenocarcinoma;
nel corso
dell’intervento
alcuni erano
stati
trattati con
la sola
anestesia
generale,
altri anche
con un
blocco
epidurale.
Tsui BC et
al. volevano
valutare
quale fosse
il reale
effetto
dell’associazione
tra
anestesia
generale ed
epidurale
sulla
ricorrenza
di malattia
tumorale in
questa
categoria di
soggetti.
Nessuna
differenza è
stata
registrata
tra i due
gruppi in
termini di
sopravvivenza
libera da
malattia,
motivo per
il quale
risultano
necessari
trials
clinici
multicentrici
randomizzati
per
verificare
l’abilità
dell’anestesia
epidurale di
incidere
positivamente
sulla
recidiva di
cancro, dopo
prostatectomia
radicale
[159].
Xing CY et
al. invece
hanno
testato gli
effetti
dell’anestesia/
analgesia
epidurale
sulla
funzione
immunitaria
cellulo-mediata
e sui
livelli
degli ormoni
dello stress
di pazienti
sottoposti a
lobectomia
per
adenocarcinoma
esofageo. Il
gruppo A,
costituito
da 30
pazienti, è
stato
trattato nel
post-operatorio
con
anestesia
generale ed
analgesia
endovenosa,
il gruppo B,
costituito
sempre da 30
soggetti,
invece,
durante
l’intervento,
è stato
trattato con
anestesia
generale,
combinata
con
anestesia
epidurale
toracica,
nel
post-operatorio
con
analgesia
epidurale.
Sono stati
effettuati
dei prelievi
sanguigni 30
minuti prima
dell’induzione
dell’anestesia,
due ore dopo
l’inizio
dell’intervento,
ed a 4, 24,
48 h dalla
fine
dell’operazione,
e sono stati
misurati i
livelli di
CD4+, CD8+,
sIL-2R,
IL-2, IL-8,
GH, PRL e
cortisolo.
Le
concentrazioni
seriche
delle
sottopopolazioni
T-linfocitarie
iniziavano a
decrescere,
in maniera
significativa,
subito dopo
l’inizio
dell’intervento
in entrambi
gruppi.
Tuttavia i
livelli più
bassi
venivano
raggiunti
più
rapidamente
nei soggetti
del gruppo A
(a 4 h dalla
fine
dell’intervento),
che nel
gruppo B ( a
24 h dalla
fine
dell’intervento).
Inoltre nei
pazienti del
gruppo B sia
le
percentuali
di CD4+, sia
il rapporto
CD4+/CD8+,
rimanevano a
livelli
significativamente
più alti
rispetto a
quelle dei
pazienti del
gruppo A.
Stesso
comportamento
è stato
osservato
per le
concentrazioni
di IL-2,
mentre
andamento
completamente
opposto è
stato notato
per le
concentrazioni
di sIL-2R.
Infatti
questi
aumentavano
rapidamente
e si
mantenevano
a livelli
stabilmente
elevati nel
gruppo A e
non nel
gruppo B.
Il GH, la
PRL ed il
cortisolo
aumentavano
significativamente
in tutti i
pazienti,
mentre le
concentrazioni
di IL-8
diminuivano
in entrambi
i gruppi,
pur
rimanendo
pressoché
stabili nel
gruppo B.
Da queste
osservazioni
si evince
che
l’anestesia
generale
combinata
con
l’anestesia
epidurale
toracica può
ridurre la
reazione
peri-operatoria
dell’organismo
allo stress
chirurgico e
l’effetto
avverso
delle
chirurgia
stessa sulla
funzionalità
della
risposta
dell’immunità
cellulo-mediata
in pazienti
sottoposti a
lobectomia
per
adenocarcinoma
esofageo
[160].
Un altro
gruppo di
ricercatori
si è
occupato di
verificare
gli effetti
dell’anestesia
loco-regionale
sulla
recidiva di
cancro, in
pazienti
affette da
tumore della
mammella. Le
cellule
tumorali
mammarie,
che si
distaccano
dal tumore
primitivo,
producono
delle
protrusioni
microtubulari
dinamiche,
promoventi
il
ri-attacco
di queste
cellule, che
sono
chiamate
micro-tentacoli
di tubulina,
essendo
formate da
vimentina e
tubulina-alfa-detirosinata
(Glu-tubulina).
Vari
esperimenti
hanno
suggerito
che la
vimentina e
la
glu-tubulina
sono
incrociate
tra loro
grazie
all’azione
di proteine
motorie,
dette
kinesine.
Yoon Jr et
al.,
consapevoli
dell’azione
inibitoria
esercitata
dalla
lidocaina e
dalla
tetracaina
sulle
kinesine,
hanno
studiato il
ruolo delle
kinesine
nella
formazione e
funzione
delle
protrusioni
micro-tentacolari
di tubulina.
Il
trattamento
di cellule
tumorali
mammarie e
di cellule
epiteliali
mammarie
non-tumorigeniche
con
lidocaina e
tetracaina
ha causato
un rapido
collasso dei
filamenti di
vimentina.
La
live-cell-video
microscopy
dimostrava
che la
tetracaina
riduce la
motilità
intracellulare
delle
kinesine e
causa,
pertanto, un
collasso
centripeto
dei micro
tentacoli.
Dunque il
trattamento
con
tetracaina
inibiva
l’estensione
dei micro
tentacoli,
precludendogli
la
possibilità
di
promuovere
l’aggregazione
e l’adesione
delle
cellule
tumorali.
Anche la
lidocaina ha
mostrato
azioni
simili ma in
misura
minore
rispetto
alla
tetracaina.
Questi dati
supportano
un modello
in cui
l’inibizione
esercitata
dalla
tetracaina
sulle
kinesine
comporta una
ridotta
formazione
di micro
tentacoli da
parte delle
cellule
tumorali
mammarie, e
suggeriscono
una nuova
frontiera
terapeutica
da
esplorare,
per
l’abilità di
questo
anestetico
locale di
diminuire la
progressione
metastatica
[161].
Ismail H et
al. hanno
esaminato
gli effetti
del blocco
neurassiale
di tipo
epidurale
sulla
progressione
tumorale in
pazienti
affetti da
carcinoma
della
cervice,
trattate con
brachiterapia,
nel corso
della quale
avevano
ricevuto
anestesia
generale, in
associazione
con un
blocco
epidurale.
Sfortunatamente
i risultati
evidenziano
che
l’anestesia
neurassiale,
durante
brachiterapia,
in pazienti
affette da
carcinoma
della
cervice, non
è associata
con un
rischio
minore di
recidiva di
cancro e con
un aumento
della
sopravvivenza,
correlati,
in questo
caso,
esclusivamente
con l’istotipo,
le
dimensioni
del tumore e
lo staging
secondo la
classificazione
FIGO [162].
È stato già
sottolineato
che gli
studi sugli
animali
hanno
evidenziato
come
l’anestesia
e
l’analgesia
loco-regionale
possono
prevenire ed
attenuare la
risposta
dell’organismo
allo stress
chirurgico,
tutelando la
funzione
immunitaria
e
migliorando
l’outcome a
lungo
termine di
pazienti
oncologici.
A tal
proposito
Liu L. et
al. hanno
ipotizzato
che
pazienti,
affetti da
adenocarcinoma
a cellule
sierose
dell’ovaio,
trattati con
anestesia/
analgesia
epidurale,
hanno un
outcome a
lungo
termine
migliore
rispetto a
quelli
trattati con
anestesia
generale ed
analgesia
endovenosa a
base di
oppiacei.
Per
verificare
questa
ipotesi
hanno
realizzato
un review,
utilizzando
la storia
clinica di
143
pazienti,
operate tra
Gennaio 1994
ed Ottobre
2006, per il
suddetto
tumore
ovarico. Le
mediane di
sopravvivenza
a 3 e 5 anni
erano
rispettivamente
del 78% e
del 61% nel
gruppo di
pazienti
trattate con
anestesia/analgesia
epidurale, e
del 58% e
49% nel
gruppo di
pazienti
trattate con
anestesia
generale ed
oppiacei.
Quest’analisi
retrospettiva
sembrerebbe
confermare
l’ipotesi di
partenza, in
quanto
suggerisce
che
l’anestesia/analgesia
epidurale,
nella
chirurgia
dell’adenocarcinoma
a cellule
sierose
dell’ovaio,
può ridurre
la mortalità
di questi
soggetti
negli anni
iniziali di
follow-up
[163].
Molto
interessanti
sono i
risultati di
un’analisi
retrospettiva
dei dati di
655
pazienti,
sottoposti a
chirurgia
per cancro
rettale, in
anestesia/analgesia
epidurale,
condotta in
un centro
svedese.
Gupta A et
al. hanno
voluto
verificare
se l’impiego
di blocco
neurassiale
di tipo
epidurale
potesse
ridurre la
mortalità a
lungo
termine di
questi
pazienti,
operati per
cancro
rettale tra
Gennaio 2004
e Gennaio
2008. Si è
visto che
l’età
(>72aa),
l’uso di
analgesia
endovenosa
piuttosto
che
epidurale e
lo stadio
tumorale 2 e
3 (rispetto
all’1) erano
associati
con un
rischio di
recidiva e
di mortalità
più elevato.
Inoltre è
stato
rinvenuto
nel gruppo
di controllo
un rischio
significativamente
aumentato di
ricorrenza
di cancro ed
un
incremento
della
mortalità,
dopo
l’intervento
chirurgico
di rimozione
del cancro
rettale,
rispetto al
gruppo
trattato con
anestesia
epidurale
[164].
Un altro
gruppo di
ricercatori
si è
soffermato
sulle
differenze
esistenti in
termini di
effetti
sulla
recidiva di
cancro e
sulla
sopravvivenza
tra
l’utilizzo
intra- e
post-operatorio
dell’anestesia
neurassiale
di tipo
epidurale.
De Oliveira
et al. hanno
condotto uno
studio
retrospettivo
per
dimostrare
come
l’anestesia
epidurale
intraoperatoria,
e non quella
post-operatoria,
sia
associata
con una
diminuzione
del rischio
di recidiva
di cancro.
Essi hanno
selezionato
pazienti
affette da
adenocarcinoma
ovarico a
cellule
sierose,
operate tra
Gennaio 2000
e Ottobre
2006, per le
quali il
“debulking”
chirurgico
era stato
ottimale.
Delle 182
pazienti
valutate,
127 non
hanno
ricevuto
l’anestesia/analgesia
epidurale;
tra le 55
che hanno
avuto un
catetere
epidurale,
26 lo hanno
mantenuto
intra- e
post-operatoriamente,
29 solo nel
post-operatorio.
La
ricorrenza è
stata
documentata
in 121
pazienti ed
il tempo
medio di
recidiva era
40 mesi: ed
in
particolare
73 mesi per
le pazienti
del gruppo
trattato con
anestesia/analgesia
epidurale
intra-operatoria,
33 mesi per
i pazienti
del gruppo
trattato con
anestesia/analgesia
epidurale
nel
post-operatorio,
38 mesi nei
pazienti del
gruppo non
trattato con
anestesia/analgesia
epidurale.
Secondo i
risultati di
questo
studio
l’anestesia/analgesia
epidurale
intra-operatoria
riduce
significativamente
il rischio
di recidiva
post-chirurgica
di cancro in
pazienti
operate per
adenocarcinoma
ovarico a
cellule
sierose.
Inoltre
l’uso
intra-operatorio
dell’anestesia
epidurale è
stato
associato
con un
aumentato
tempo di
sopravvivenza
libera da
malattia
neoplastica
post-chirurgica;
questo
potrebbe
essere il
risultato
della tutela
della
funzione del
sistema
immunitario
[165].
L’anestesia
loco-regionale,
comprendente
i blocchi
neurassiali
di tipo
spinale ed
epidurale,
riduce la
risposta
dell’organismo
allo stress
chirurgico,
principale
mediatore
dell’immunosoppressione
post-operatoria,
bloccando la
trasmissione
neuronale
afferente,
ovvero
impedendo
agli input
nocicettivi
di
raggiungere
il sistema
nervoso
centrale.
Inoltre
l’associazione
di anestesia
loco-regionale
con
anestesia
generale
consente di
ridurre
notevolmente
la necessità
di
utilizzare
gli oppiacei
e gli
anestetici
volatili.
L’uso
combinato di
anestesia
loco-regionale
e generale
potrebbe
costituire
una
soluzione
benefica per
i pazienti
oncologici
sottoposti a
chirurgia,
dal momento
che preserva
il loro
sistema
immunitario,
già
ampiamente
indebolito
dal trauma
chirurgico e
dalla
malattia
neoplastica.
In
un’analisi
retrospettiva
di pazienti
sottoposte
ad
intervento
chirurgico
per cancro
della
mammella,
Exadaktylos
et al. hanno
dimostrato
come
l’approccio
anestesiologico
combinato di
blocco
paravertebrale
ed anestesia
generale era
associato
con un
intervallo
di tempo,
libero da
recidiva di
malattia
tumorale,
più lungo e
con una più
bassa
incidenza di
ricorrenza
di cancro
[166].
Altri studi
retrospettivi
di pazienti
sottoposti
ad
intervento
chirurgico
per
carcinoma
prostatico e
del colon
hanno
mostrato
risultati
favorevoli
all’impiego
di
anestetici
locali,
somministrati
per via
epidurale
[158,167].
Inoltre in
uno studio
su larga
scala di
pazienti
affetti da
melanoma,
l’utilizzo
di anestesia
loco-regionale,
al posto
dell’anestesia
generale,
risultava
essere una
fattore
predittivo
indipendente
di riduzione
delle
percentuali
di
ricorrenza
di cancro
[168].
Un recente
studio
sull’effetto
dell’uso
combinato
del blocco
paravertebrale
e del
propofol,
nel corso di
interventi
chirurgici
su pazienti
affetti da
tumore della
mammella ha
evidenziato
una
riduzione
delle
citochine
tumorigeniche,
IL-1 ed
IL-8, ed un
aumento
dell’IL-10,
nota
citochina
antitumorale
[169].
Questi
riscontri
devono
essere
interpretati
cautamente
dal momento
che non
esiste
ancora una
chiara
evidenza che
semplici
cambiamenti
nella
pratica
anestesiologica
possano
influire
positivamente
sulla
sopravvivenza
post-chirurgica
dei pazienti
oncologici.
Pertanto
sono in
corso
numerosi
trials
clinici
multicentrici,
finalizzati
a confermare
l’ipotesi
che la
recidiva di
malattia
neoplastica,
con sviluppo
di
metastasi, a
seguito di
interventi
di chirurgia
oncologica,
possa essere
notevolmente
diminuita in
quei
pazienti che
vengono
trattati con
anestesia
loco-regionale,
e non in
quelli che
ricevono
solo
anestesia
generale
[133].
8. CONCLUSIONI
La chirurgia
oncologica è
usualmente
associata al
rilascio di
cellule
tumorali nei
vasi
sanguigni e
linfatici;
sfortunatamente
un’ampia
frazione di
pazienti
presenta già
micro-metastasi
e cellule
tumorali in
circolo al
momento
dell’intervento
chirurgico.
L’eventuale
evoluzione
della minima
malattia
residua
nell’insorgenza
di metastasi
clinicamente
evidenti
dipende
strettamente
dall’equilibrio
tra
l’attività
immunitaria
antimetastatica
e la
potenzialità
delle
cellule
tumorali di
proliferare
e
raggiungere
il torrente
circolatorio.
Sono almeno
tre i
fattori
peri-operatori
che spostano
quest’equilibrio
a favore
della
progressione
della
malattia
neoplastica.
Il primo è
la
chirurgia,
che causa il
rilascio in
circolo di
cellule
tumorali,
che deprime
l’attività
citotossica
mediata
dalle
cellule NK e
dai
T-linfociti,
che riduce
le
concentrazioni
di fattori
antiangiogenici
circolanti,
che aumenta
le
concentrazioni
di fattori
proangiogenici
come il VEGF,
e che
determina il
rilascio di
altrettanti
fattori
promuoventi
la crescita
locale e a
distanza di
tessuto
maligno.
Il secondo
fattore è
rappresentato
dagli
anestetici
volatili,
che
danneggiano
le funzioni
immunitarie
dei
neutrofili,
dei
macrofagi,
delle
cellule
dendritiche,
delle
cellule
T-linfocitarie
e delle
cellule NK.
Il terzo è
costituito
dagli
oppiacei,
che
inibiscono
sia
l’immunità
cellulare
che quella
umorale;
inoltre la
morfina
risulta
essere
proangiogenica
e promuove
l’espansione
della massa
tumorale.
L’anestesia
e
l’analgesia
regionale
attenuano
questi
effetti
avversi.
L’anestesia
locoregionale
previene la
risposta
neuroendocrina
dell’organismo
allo stress
chirurgico,
bloccando la
trasmissione
neuronale
sia di
segnali
afferenti al
sistema
nervoso
centrale sia
di quelli
efferenti di
attivazione
del sistema
nervoso
simpatico.
Dunque la
funzione
delle
cellule
Natural
Killer
sembra
essere
maggiormente
preservata a
seguito
dell’utilizzo
dell’anestesia
loco-regionale
ed anche
l’eventualità
di malattia
metastatica
è
significativamente
limitata.
Inoltre
quando
l’anestesia
loco-regionale
viene
utilizzata
in
combinazione
con quella
generale, la
quantità di
anestetico
generale
richiesta è
molto
ridotta,
così come il
grado di
immunosoppressione.
L’analgesia
loco-regionale
garantisce
un ottimo
controllo
del dolore,
azzerando la
necessità di
ricorrere
agli
oppiacei nel
post-operatorio
e le
risultanti
conseguenze
negative
sulla
funzione
immunitaria
e sulla
crescita
tumorale;
essa riduce
inoltre il
rilascio di
oppiacei
endogeni.
I risultati
degli studi
sugli
animali sono
in linea con
queste
teorie,
poiché
mostrano
come
l’anestesia
regionale e
l’analgesia
locale
post-operatoria,
indipendentemente
attenuano lo
sviluppo di
metastasi in
animali
inoculati
con cellule
di
adenocarcinoma
mammario. I
dati
derivanti da
studi
sull’uomo,
sebbene
ancora
estremamente
limitati,
confermano
questa
teoria.
Infatti
l’anestesia
ed analgesia
paravertebrale,
utilizzate
per la
chirurgia di
resezione di
tumori della
mammella,
sono
associate
con un minor
rischio di
recidiva o
di
insorgenza
di
metastasi.
Anche
l’analgesia
epidurale,
impiegata
nell’intervento
di
prostatectomia
radicale per
asportazione
di
carcinoma, è
correlata
con una
riduzione
del 60% del
rischio di
recidiva di
malattia
neoplastica.
Sono
auspicabili
dei trials
clinici
multicentrici
su ampi
campioni di
pazienti per
confermare
le evidenze
scientifiche
esistenti ad
oggi
sull’argomento.
Alcuni studi
clinici sono
attualmente
in corso per
confermare
gli effetti
positivi
dell’analgesia
paravertebrale
sull’outcome
di pazienti
affetti da
tumore della
mammella e
dell’analgesia
epidurale su
quello di
pazienti con
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